Era
capitato a Pergola dal profondo sud un professore di matematica che non poteva passare
inosservato in un ambiente paesano come il nostro.
Passeggiava sempre solo con cappello scuro e cappotto: un cappotto demodé, abituato a
restare nel fondo di un armadio in attesa di viaggi in continente.
Il giornale e la borsa di pelle sgualcita gli davano il tocco dell'uomo di cultura che ama
il distacco dalla gente.
Suscitava tristezza e mistero.
È inutile dire che i pergolesi, pur assecondando la sua palese scelta di solitudine, lo
guardassero con curiosità e lo facessero oggetto di salaci considerazioni.
Una sera il professore capitò in un bar per la solita tazza di caffè.
Fu colpito dal vociare di alcuni clienti raccolti attorno al biliardo e, con meraviglia
degli astanti, si avvicinò per rendersi conto di quel che accadeva. Era il tempo che
precede il Natale e nei bar, anche allora, si usava giocare alle "Tombole" con
la posta di panettoni, torroni e bottiglie di spumante.
Comprò anch'egli le cartelle e partecipò alle numerose estrazioni. Rimase a lungo
concentrato sulle carte, senza lasciarsi andare alle battute con cui gli altri concorrenti
commentavano le fasi del gioco.
Vinse l'ultima tombola.
Informatosi della vincita e di quanto gli spettava chiese alla barista:
- MI DIA UN EQUIPOLLENTE
La barista guardò sorpresa la rastrelliera su cui brillavano tutte le bottiglie di
liquori esposte e poi con evidente tono di persona dispiaciuta:
- Professore mio, non ce l'ho.
Il professore rimase serio e, senza manifestare disappunto o stupore, afferrò il pacco
già preparato e guadagnò la porta.
Non c'era ombra di ironia sul suo viso.
Il fatto non passò inosservato nel Paese.
Il giorno dopo molti burloni si presentarono al bar e chiedere un EQUIPOLLENTE.
La barista, ormai resa edotta del significato di quell'aggettivo, fece buon viso al
dileggio generale, ma non mancò di osservare: "Quel beccamorto poteva di'
l'equivalente
sono una contadina
ma l'avria capito anch'io".
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