UNA
NUVOLA D'IRA
di Giovanni Arpino (1927-1987)
A pochi anni dalla scomparsa, di
Arpino già non si parlava più. È già successo a Moravia, accadrà probabilmente a
Soldati.
"Arpino? E chi è?" mi chiese un giorno una sottospecie di intellettuale.
"Se fosse stato un calciatore - risposi - a certi presunti fuoriclasse non gli
avrebbe fatto nemmeno vedere la palla". "Non mi piace il calcio" disse lui.
E io: "Lo immaginavo".
Il mio interlocutore ignorava che Arpino fu anche un eccellente giornalista sportivo. Ciò
non gli impedì di essere un grande scrittore interessato ai conflitti psicologici e
sociali dell'Italia del boom economico fino agli anni di piombo. "Una nuvola
d'ira" ne è un perfetto esempio, tanto che nel 1962 venne definito il primo vero
romanzo politico che sia stato scritto in Italia.
È la storia di Matteo, Angelo e Sperata, tre operai nella grande città (Torino,
ovviamente), della loro lotta quotidiana per capire qualcosa del mondo che li circonda e
di una politica che di lì a poco avrebbe ubriacato tutta la società.
Arpino lo aveva capito: dopo il cosiddetto miracolo economico e lo sbandamento della
sinistra seguito al Ventesimo Congresso del Partito Comunista Sovietico, la vittoria del
neocapitalismo era in realtà una sconfitta. "Il neocapitalismo - aveva dichiarato il
buon Giovanni - ha creduto di far tutti borghesi. Ha fatto tutti anarchici".
Ovviamente il romanzo venne considerato carta straccia dai neofascisti, ma sembra che
risultasse sgradito anche a Togliatti. Nello stesso tempo veniva letto clandestinamente in
Cecoslovacchia e in Ungheria.
Pochi intuirono che Arpino aveva annunciato il "sessantotto". Egli sentiva che
la Torino operaia di allora era una città di frontiera e in pieno miracolo italiano
lasciò calare l'ombra della "nuvola d'ira" e parlò di qualcosa di cui in quel
periodo non si poteva parlare.
Forse è per questo che si sono affrettati a dimenticarlo. |