Nell'estate
del 1995, nonostante la diffusa voglia di spensieratezza dominante l'ambiente musicale,
veniva trasmesso un brano capace di rompere questa atmosfera e che ci riportava ad una
drammatica realtà del nostro tempo come quella della droga, capace di annientare l'essere
umano che cerca in essa una via di fuga dai problemi quotidiani; la canzone ci induceva
allo stesso momento a una riflessione circa l'odierna idea di libertà.
Il singolo in questione si intitola "Liberi come il sole" e fa parte
dell'album "Siamo nati liberi" interpretato da Massimo Di Cataldo, al
debutto come cantautore.
Nel brano "Liberi come il sole", Massimo Di Cataldo ci presenta un
conoscente deceduto per overdose: il ricordo è suscitato in lui dal cielo stellato
descritto all'inizio e alla fine della canzone per cui, di fronte a quei "duemila
fari nel buio", si fa spazio nella sua mente la mesta domanda "chissà
quale sei tu?".
Nelle strofe il cantautore rimembra i tempi quando lui e questo suo amico frequentavano il
bar assieme ad altri coetanei, ridendo fra loro senza apparentemente alcuna grave
preoccupazione; tuttavia, nell'inverno dell '86 questa persona cominciava ad avere
problemi nell'affrontare la realtà, tanto da suscitare meraviglia in coloro che avevano
sempre visto in lui un tipo gioioso e pieno di voglia di vivere. Lo sventurato entrava
così nel tunnel della tossicodipendenza e, forse provando vergogna e rimorso per una tale
scelta, giungeva a non veder più di buon occhio le persone amiche alle quali oramai
mentiva in continuazione. Una settimana dopo quella che Di Cataldo ricorda come l'ultima
bugia, arrivava la morte per overdose descritta nella canzone come "viaggio
sbagliato che ti ha portato via".
L'inciso, nel quale compaiono accostati i titoli dell'LP e quello del brano da noi
considerato, è la parte più importante della canzone "Liberi come il sole",
poiché l'artista vi riporta le parole "Siamo nati liberi, liberi come il sole
/ liberi di decidere se vivere o morire", frase che lo sfortunatissimo amico più
ripeteva spesso durante la propria esistenza terrena: queste affermazioni lasciano
trasparire un'idea di libertà capace di condurre prima o poi una persona alla rovina. A
tale pericolosa visione della realtà però Massimo Di Cataldo - mutando completamente il
tono della melodia e smorzandone l'intensità - controbatte subito con: "Io non lo
so però che senso ha".
Questo disappunto del cantautore contiene implicitamente l'avvertimento, purtroppo spesso
da molti considerato inutile e retorico, per cui la libertà è tale solamente se
è connessa ad un generale concetto di responsabilità: l'uomo ha certo il potere
di fare tutto ciò che vuole, ma se opererà in tal senso in modo irresponsabile e
irragionevole, arrecando danno a sé e agli altri, finirà per avventurarsi in cattive
strade e divenire schiavo di una situazione - in questo caso la tossicodipendenza - dalla
quale potrà essere molto difficile, se non impossibile, tornare indietro.
Ora, ogni qualvolta ognuno di noi riascolterà questa vecchia, ma attualissima canzone,
non potrà restare indifferente di fronte al messaggio contenuto in essa, per cui, di
fronte ad una scelta di vita, sarà indispensabile riflettere attent amente, al
fine di valutare le possibili conseguenze a cui si potrebbe andare incontro. Lo stesso
brano è anche un significativo invito ad affrontare con coraggio quelle difficoltà che
la nostra società di fine millennio ci presenta di giorno in giorno.
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