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  Riflessioni...

di   Eugenio Marcucci

 

L' Italia sogna. Niente di male, i sogni aiutano a vivere. Però chi dice che non costano niente, sbaglia.
Due volte la settimana, milioni di persone sgomitano ai botteghini dell'Enalotto per prenotare la loro fetta di speranza.
Adesso ai sogni non c'è più limite, dilagano, straripano, contagiano anche i meno propensi al gioco. E a ragione: trenta, cinquanta, cento miliardi fanno immaginare una vita da nababbi, ville, viaggi, grandi alberghi, vacanze nei mari del sud e, per le signore, pellicce e gioielli. E un calcio al lavoro. Allora tutti lì, con la schedina diligentemente compilata a casaccio oppure preparata da un computer. C'è chi, inseguendo la fortuna, dà fondo ai risparmi come quella signora che, tempo fa, ha confessato di essere stata costretta a vendere la casa. O come quel generale dei Carabinieri, finito in carcere perché coinvolto nel sequestro Soffiantini, che s'era mezzo rovinato puntando al lotto, ogni settimana, un pacchetto di carte da diecimila. La fortuna, si sa, è cieca, ma la jella ci vede benissimo.
Sono così sconfinati, i desideri, che ai miliardi dei premi minori nessuno fa più caso. Il cinque più uno ha pagato cinque miliardi? Spiccioli, bazzecole. Uno solo gode, tutti gli altri restano a bocca asciutta. Si spiega, così, il rapido tramonto del "gratta e vinci" che distribuiva, se andava bene, qualche milioncino: roba da poveracci.
Ah!, i bei tempi in cui il massimo erano un ambo o un terno secco o, tutt'al più, il dodici al totocalcio. Qualche trapassato dava una spintarella alla fortuna snocciolando le combinazioni ai parenti meritevoli. Con due o tre numeri al lotto era abbastanza facile. Ma, di questi tempi, bisogna imbroccare sei numeri in fila. Troppi, anche per chi pratica l'aldilà.
La valanga di miliardi va a pochi privilegiati. Gli altri è meglio che riducano le pretese.
Si avvicina il Natale, accontentiamoci della tombola e continuiamo a lavorare anche se costa fatica.

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