Completiamo ormai il tragitto percorso durante questo "Anno del
Padre" con una quarta tappa, che chiameremo "Preghiera".
Contemplazione - Ritorno - Riconoscimento - Preghiera.
In realtà tutte le volte che
parliamo di Dio e pensiamo a Dio, noi preghiamo. Dovremmo anzi capire che, senza questa
elevazione della mente a Lui, non c'è preghiera.
Ci aiuterà a svolgere questa riflessione la preghiera che Gesù ci ha insegnato, il
"Padre nostro". Troveremo che in essa c'è il contenuto di ogni nostra
preghiera.
Il "Padre nostro"
non è "una" preghiera; è "la" preghiera.
Questa scoperta (purtroppo dobbiamo ammettere che, a forza di dire tanti "Padre
nostro", non ce ne siamo accorti) ci porta a riconoscere che Gesù è veramente Dio.
Nessuno al mondo, nella storia dell'umanità, ha mai saputo insegnare con tanta
autorevolezza ("Quando pregate, dite: Padre
") una preghiera così
misteriosamente semplice, sublime, completa.
È alla portata intellettuale di tutti, ma supera l'intelligenza di tutti, tanto che sono
insondabili le sue abissali profondità. Abbraccia, nella sua concisione, l'universo: è
preghiera dell'uomo che dà voce al creato, al cosmo.
Il fatto stesso che non ce ne accorgiamo ci fa capire che nel "Padre nostro", in
realtà, è Dio che prega in noi: lo fa nel Figlio fatto uomo, per cui è preghiera
"nostra", preghiera degli uomini; lo fa nello Spirito Santo, che, nell'amore, ci
porta nel cuore stesso del Mistero che regge l'universo: Dio Uno e Trino. Il "Padre
nostro" è preghiera trinitaria.
Qui occorre inserire una
osservazione.
Il testo del "Padre nostro" ci è giunto in greco: bisogna quindi ricorrere a
quella lingua per una sua giusta lettura. Le richieste del "Padre nostro" sono
tutte all'imperativo ("Sia santificato"; "venga"; "sia
fatta"; "dacci oggi"; "rimetti"; "non ci indurre";
"liberaci").
Ai nostri giorni abbiamo la presunzione di mettere le mani su tutto: crediamo di saper
correggere tutto. Ecco le voci che propongono sostanziali cambiamenti nella traduzione del
"Padre nostro" che noi usiamo. Sono del parere di chi raccomanda
cautela
Non cambierei niente e prenderei il "Padre nostro" come la Chiesa
nei secoli, attraverso il latino, ce lo ha tramandato. Più che "correggere" il
"Padre nostro", cerchiamo di comprenderlo.
Per esempio: L'imperativo non va inteso come "ottativo", cioè come espressione
di un desiderio, ma come un comando. Comandiamo a Dio? Neanche a farlo apposta, la lingua
greca, molto più ricca della nostra nel cogliere le sfumature del pensiero e del
sentimento, oltre al modo "imperativo", ha anche il modo "ottativo".
Ebbene il testo greco del "Padre nostro" ha nelle forme verbali l'imperativo,
non l'ottativo. Dunque chi ci ha tramandato il testo del "Padre nostro" ha colto
senz'altro in modo inequivocabile il pensiero di Cristo. La forma imperativa, dunque,
viene da Cristo. Richiamiamo quanto abbiamo detto sopra: nel "Padre nostro" è
Dio che prega in noi. Lo Spirito Santo grida in noi con gemiti inesprimibili
"Abbà!"; "Padre!". È Dio che ci "comanda" che cosa
dobbiamo chiedergli come figli; e i figli "pretendono" ciò che è loro
necessario da chi li ha generati.
Il "Padre nostro" è
preghiera universale, di tutti gli uomini.
Viene dalla cultura biblica (i"cieli"; il "regno"; la
"volontà" di Dio; il "pane"; i "debiti"; la
"tentazione"
), ma ne esce, la supera. Non ci rivolgiamo a "Colui che
è", all'"Onnipotente", all'"Altissimo", ma al "Padre",
che è la fonte della vita, il Dio di tutti gli esseri viventi. Non è difficile rendersi
conto che il "Padre nostro" può stare sulle labbra dei membri di ogni chiesa
cristiana (è preghiera ecumenica); non solo: può essere recitato dai membri di
qualsiasi religione; nulla in esso offende le "credenze" di qualsiasi fede
religiosa.
Eppure questo Dio non è astratto, incolore
È Uno, è "Colui che è", è
l'"Altissimo", l' "Onnipotente". È Tutto.
Nello stesso tempo il "Padre nostro" è sicuramente preghiera della Chiesa
cristiana. Lo è nella forma più discreta, perché nulla impone e tutto sottintende;
ma non in maniera subdola, astuta: c'è una sapienza infinita che fa circolare l'aria, il
respiro di una piena libertà
È preghiera ecclesiale, perché comunitaria: nulla concede all'individualismo.
Quando recito il "Padre nostro", so che lo recito non solo per me, ma anche per
gli altri, non solo per i membri della mia Chiesa o della mia fede religiosa, ma per tutti
i fratelli uomini, amici o nemici. È preghiera missionaria. Il Padre è
"nostro", di tutti; non è solo mio.
Contemporaneamente è preghiera cristiana per i suoi contenuti. Abbiamo accennato alla sua
valenza trinitaria. Possiamo aggiungere che il "Padre nostro" ha una valenza eucaristica
e cristologica. Lo scopriamo nella prassi della Chiesa di tutti i tempi, che è
quella di recitare il "Padre nostro" nel cuore della Messa.
Il pane che ci viene fatto chiedere non è certamente il solo pane materiale, ma il pane
"quotidiano", quello di cui abbiamo bisogno ogni giorno per vivere, il pane
"sostanziale" (così traducevano i Padri della Chiesa), quello che nutre non
solo il corpo, ma lo spirito, il pane "necessario", quello di cui Gesù ha detto
"Chi mangia di questo pane vivrà in eterno"; è il pane che si identifica con
Cristo stesso (Parola ed Eucaristia): "Io sono il Pane vivo disceso dal cielo".
Recitiamo e meditiamo. Nel "Padre nostro" c'è la sintesi di un mondo che prega.
Riscopriamo nel "Padre nostro" il senso vero del nostro pregare. |