Non
sempre la politica italiana si fa capire. Ne sanno qualcosa i corrispondenti esteri,
costretti ad arrampicarsi sugli specchi nel tentativo - regolarmente infruttuoso - di
spiegarla ai loro lettori.
L'argomento di cui negli ultimi tempi si discute molto, però, è abbastanza chiaro.
Riguarda la cosiddetta "parità scolastica". Lo Stato deve o no contribuire al
finanziamento delle scuole private? Stando all'articolo 33 della Costituzione sembrerebbe
di no dal momento che il testo dice: Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole
ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
Su quel "senza oneri per lo Stato" si sono aggrappati i cosiddetti
"statalisti" per negare qualsiasi contributo ai privati. Così i genitori che,
per i loro figli, non vogliono, o non possono, ricorrere alla scuola pubblica, debbono
pagare due volte: una attraverso le tasse, l'altra con le rette, spesso salate, richieste
dagli istituti privati.
Adesso salterà su qualcuno a dire: ma che cosa sono questi privilegi? Tutti alla scuola
pubblica!
L'invito non farebbe una grinza se il nostro sistema scolastico funzionasse, se le aule
fossero sufficienti, gli insegnanti tutti bravi e senza pruriti ideologici, se la droga
non circolasse nei corridoi e nei gabinetti e via elencando. Purtroppo per certe famiglie
e in certe città della scuola privata non si può fare a meno. E' il solo modo per
difendere i ragazzi e impedire che tornino a casa trasformati, e non in meglio.
Quando si parla di scuola privata la mente corre subito agli istituti religiosi e pare che
il contrasto sia essenzialmente fra laici e cattolici, un braccio di ferro fra una riva e
l'altra del Tevere.
La questione, invece, consiste nel mettere in condizione i cittadini di scegliere per
garantire loro la libertà. La scuola privata non deve comportare "oneri per lo
Stato", ma nemmeno rappresentare un lusso per chi decide di preferirla a quella
statale.
E' negando la "parità scolastica" che si alimentano i privilegi, non viceversa.
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