L'Ersilia
serve i caffè nel bar del figlio.
Ma lo fa di malavoglia, forse per via dell'età non più verdissima.
O magari la povera donna è semplicemente stanca di ricevere ordini da tutti.
Ne ricevette fin da piccola dai genitori, quando oltre a sbrigare le faccende di casa
doveva badare ai tacchini.
Ne ricevette dai fratelli più grandi ai quali doveva lucidare le scarpe e stirare la
camicia buona quando andavano a ballare.
Ne ricevette dalle signore del paese quando, più grandicella, andò a servizio.
E, andata poi sposa, ne ricevette anche dal marito.
Così si stancò e decise di andarsene altrove, sia per cambiare aria, sia per racimolare
qualche soldo.
E, come tante, se ne andò al nord, nel vercellese a lavorare nelle risaie.
Una canzone delle mondine diceva: "Sior paron da le bele braghe bianche, caccia le
palanche, caccia le palanche
"
Ma di palanche la povera Ersilia ne vide poche.
Nelle risaie la fatica era tanta, al punto che molte mondine non resistevano e lasciavano
il lavoro.
E, naturalmente, non venivano pagate. Infatti, per ricevere il magro salario, bisognava
lavorare per mesi.
Da marzo a settembre, dalla mondatura delle erbacce alla messa a dimora delle pianticelle
di riso, a volte sotto un sole cocente e sempre nei campi allagati.
Con tanta tristezza e rabbia che le mondine esprimevano nel canto: "Se otto ore vi
sembran poche, provate voi a lavorar."
Solo il sabato sera le ragazze cantavano canzoni d'amore: "O mare, maridè-me ch'a i
passa la stagiun, le brigne sun madure, i persi sun già bun." (Oh madre, fammi
sposare che passa la stagione, le prugne son mature, le pesche son già buone).
Erano canzoni semplici, genuine come l'acqua e la roccia.
Ed esprimevano allegria e dolore, nostalgia e speranza, gioia e malinconia.
Sono passati tanti anni e l'Ersilia, china sul bancone del bar, rimesta i suoi pensieri e
i sogni che non ha avuto il tempo di sognare.
Ha visto scorrere via la giovinezza senza quasi assaporarla.
E trascina i giorni in attesa della falciatrice che pareggia tutte le erbe del prato. |