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IL POTERE LOGORA CHI CE L'HA
(non se ne voglia l'on. Andreotti)

Lasciate alle spalle le polemiche estive, il decreto sulla "par condicio", le questioni della giustizia, la pensioni, il dramma della disoccupazione, la politica riprende il suo corso tra mille difficoltà. D'Alema invita i suoi ad una più stretta collaborazione, ma pungolato da Di Pietro e dall'Asinello prodiano, mentre l'opposizione alza altre barricate, per cui il quadro politico appare sempre più teso e indecifrabile.
Iniziamo dalle questioni interne della maggioranza: una dialettica anche vibrante tra i partiti che compongono la maggioranza è ammissibile anzi auspicabile; quello che ripugna è il gioco al massacro.
Dopo la sconfitta delle elezioni europee e amministrative di giugno c'è un unico collante che tiene insieme il decapartito con tutte le sue espressioni, dai Verdi all'Asinello (transit iniura verbi), fino all'UDEUR, a Dini, dai Popolari al CDU di Buttiglione che si è defilato dal Governo, mentre un suo ministro, Folloni, giurava fedeltà a D'Alema e Veltroni.
Gruppi e gruppuscoli insidiano la maggioranza con continui ricatti, non per porvi ideali, ma per una squallida questione di una nuova ripartizione delle poltrone per le quali ogni gruppo si ritiene in diritto di ritagliarsi la sua porzione.
E' uno spettacolo non certamente edificante, che richiama i vituperati incontri e scontri tra le forze politiche di governo della prima Repubblica. La gente si domanda: "Quando mai la finiranno e riusciranno ad anteporre i problemi reali alle diatribe tra partiti della maggioranza?".
Neanche il Polo brilla per coesione, ci sono sempre dei "ma" e dei distinguo, quando l'una o l'altra parte presenta dei progetti.
D'Alema e i suoi ministri sembrano quasi paralizzati dalle contraddizioni interne, come nel confronto con i sindacati che hanno sempre ragione, e che costituiscono un autentico contro-governo dal quale la sinistra è incapace di prendere le opportune distanze, quando si tratta di varare riforme impopolari, ma indispensabili per risanare l'economia.
Siamo in regime di pan-sindacalismo che immobilizza completamente il governo e impedisce il cammino verso le riforme, come quella delle pensioni, che, non togliendo nulla ai pensionati, porta equilibrio ed economicità nel bilancio dello Stato.
E' bastato infatti l'altolà dei sindacati a D'Alema, per fermare la riforma dello stato sociale; è stato sufficiente che Cofferati, leader della Cgil, non aderisse al piano sulla flessibilità del mercato del lavoro, come ormai viene attuato in tutta l'Europa, e tutto è rimasto fermo.
Il sindacato nella nostra storia ha avuto dei grandi meriti, perché ha saputo creare una coscienza dei diritti dei lavoratori; tuttavia ora dovrebbe dimostrare maggiore flessibilità,
per facilitare specialmente alla piccole e medie imprese l'assunzione di nuova occupazione.
Comunque il governo deve governare; non comprendiamo le ragioni di un immobilismo che fa incancrenire i problemi. La maggioranza ha dei progetti per le riforme istituzionali, per rilanciare l'occupazione, per mettere fine alla spirale dell'indebitamento dello Stato che è arrivato a ben due milioni e cinquecentomila miliardi di lire?
Ebbene li tiri fuori, incalzi l'opposizione in Parlamento, ascolti pure i sindacati e le associazioni degli imprenditori, ma poi presenti i suoi progetti alle Camere e ognuno si assumi le sue responsabilità; decida il Parlamento nella sua autonomia le scelte migliori per uscire dal tunnel.
Siamo entrati in Europa a prezzi altissimi e le famiglie, nella stragrande maggioranza, si sono impoverite; abbiamo pagato un prezzo enorme.
Gli italiani sono disposti a fare sacrifici, ma hanno il diritto di vedere che tali sacrifici servano a qualcosa.
D'Alema ha dimostrato più di una volta la volontà di fare dell'Italia uno Stato moderno e progredito, e noi gli crediamo.
Un governo, di qualsiasi parte sia, ha il diritto di giungere alla fine della legislatura e gli si deve dare il tempo per attuare il programma sbandierato in tutta Italia nella campagna elettorale; il popolo ha però il diritto e il dovere di esprimere il suo giudizio sull'operato del governo stesso. Così funzionano le democrazie.

  Don Luigi Baù      

 

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