Eritreo
Barigazzi si definisce un "grosso artista seguace dell'arte povera".
E c'è indubbiamente del vero in quanto afferma: è veramente grosso per quanto riguarda
la sua stazza fisica e la sua arte è veramente povera.
I materiali che adopera sono i più umili: rottami di ferro, terrecotte, brandelli di
stoffa, paglia, ciottoli e quant'altro.
Proprio come teorizza la land-art (arte povera) americana.
Dall'assemblage di questi materiali dovrebbero nascere oggetti artistici.
Tutto il percorso creativo richiede, come sostiene il nostro artista, "interventi con
azioni effimere sul paesaggio, per cercare di stabilire un nuovo rapporto con l'ambiente
naturale".
Chiaro, no?
Purtroppo quegli oggetti buffi e strani che Barigazzi compone, non hanno per ora né
ammiratori né, tantomeno, compratori.
Del resto Carmina non dant panem.
E neanche altre attività artistiche lo danno.
Meno male che Barigazzi, che viene da una famiglia agiata, non ha il problema di sbarcare
il lunario con i proventi delle sue opere.
Nel futuro, chissà?
Magari l'artista potrebbe assurgere al rango di maestro e fondatore di una nuova corrente.
Che, dopo la post-avanguardia e la trans-avanguardia, si potrebbe chiamare
trans-trans-avanguardia.
O giù di lì.
Se non dovesse accadere, qualche considerazione va fatta.
Pare che, ai suoi tempi, Caligola avesse il vezzo di far gettare nel Tevere i poeti
mediocri.
Se questa paradossale usanza fosse attuale e valesse per ogni genere di artisti, Barigazzi
farebbe bene a cautelarsi, imparando a nuotare.
E nel Tevere si sarebbe un bell'affollamento. |