Dino
Vignola, classe 1903, è l'ultimo dei cantastorie.
Per oltre settantacinque anni ha cantato le sue storie nelle fiere, nei mercati e nelle
sagre di paese. Nelle piazze dei paesi e delle città.
Quando i cantastorie erano figure popolari, familiari e attese, Vignola ha percorso tutte
le contrade dell'Emilia, della Romagna, della Toscana e delle Marche.
Da Urbino a Firenze, da Forlì a Modena.
Dai paesi più sperduti dell'Appennino ai popolosi agglomerati costieri.
Portatori di secoli di tradizioni, tramandate oralmente nelle sere delle veglie contadine,
i cantastorie si possono considerare gli antesignani dei moderni cantautori.
Narravano, drammatizzandole, le epiche gesta di briganti ed eroi, di conduttori e
paladini.
Oppure, teatralizzandole con musica e parole, raccontavano vicende d'amore e di sangue,
torbide tragedie, saghe familiari.
E non di rado le inventavano di sana pianta, o le modificavano per soddisfare le
aspettative dell'auditorio.
Come tutti i cantastorie, oltre allo spettacolo con la fisarmonica, Vignola praticava un
piccolo commercio, vendendo matite, lamette da barba, pettini, lacci da scarpe ed altre
piccole cose.
Per sbarcare il lunario.
Per traslocare il suo armamentario e percorrere i lunghi itinerari, si serviva di una
vecchia Guzzi con sidecar.
Molto spesso ha avuto l'avventura di esibirsi addirittura con Marino Piazza, il mitico re
dei trovatori.
Tutto questo fino ai primi anni '70.
Ora i cantastorie non ci sono più.
Sommersi e soffocati dal baccano tecnologico della civiltà multimediale, non si vedono
più nelle fiere di paese.
Con loro se n'è andato un pezzo gentile della civiltà contadina.
E noi ci sentiamo un po' orfani.
Ormai prossimo ai 100 anni, Vignola ricorda: "Il mio mestiere non mi ha certo
arricchito di soldi, ma di qualcosa di più grande. Quando la miseria era nera e c'era la
fame, la gente mi ha sempre dato un piatto di minestra. In cambio io ho regalato la mia
musica e le mie storie. Ci siamo dati a vicenda un po' d'allegria, un po' di speranza. Ho
nostalgia del calore e della generosità della gente. Che non scorderò mai". |