IL
GRANDE PERDONO
L'Anno Santo ha una sua
giustificazione storica, che è la più facile a essere compresa: celebrare l'anniversario
- l'anniversario due volte millenario! - della venuta di Cristo nel mondo è importante
per tutti, credenti e non credenti, atteso il segno che Gesù ha lasciato nella storia.
Per i credenti lo è certamente molto di più; non c'è difficoltà a riconoscere una
forte motivazione teologico-religiosa nella celebrazione del Giubileo. La nascita di
Cristo investe quel grande discorso di fede, che si chiama Incarnazione del Figlio di Dio.
Che poi il Giubileo sia accompagnato da feste, manifestazioni di culto (processioni,
pellegrinaggi, liturgie
), di cultura (libri, conferenze, dibattiti,
commemorazioni
), di arte (chiese, monumenti, restauri
), di folklore, non c'è
molto da obiettare; si tratterà, caso mai, di buon gusto da rispettare, di senso della
misura o di equilibrio nelle spese, di rifiuto di ogni forma di fanatismo o di
trionfalismo deteriore. Oggi le sensibilità sono tante e non è facile metterle tutte
d'accordo. Solo il senso del reciproco rispetto e della benevola tolleranza possono fare
in modo che tutti si esprimano al meglio, senza infastidire troppo gli altri.
Ma c'è tra le espressioni del
Giubileo una che, nella visuale della fede cattolica, ha indubbiamente un rilievo non
secondario: è quella legata al concetto di Indulgenza. Nel Giubileo c'è la
possibilità di acquistare l'Indulgenza plenaria, cioè totale. E che l'Indulgenza possa
essere acquistata non è una semplice affermazione devozionale: è, per la Chiesa
Cattolica, una verità di fede, definita come tale.
Proprio questa "verità di fede" non è la più facile a essere compresa e
accettata; sta anzi alle origini di quella "protesta" o contestazione che, per
certi aspetti giustificata, è partita da Lutero e ha procurato la grande frattura nella
Chiesa Occidentale, nota come Riforma o Protestantesimo.
Il Grande Giubileo del Duemila ha tra le sue aspirazioni più alte quella
"ecumenica", cioè l' "unità dei cristiani": ma il concetto di
Indulgenza sembra più dividere che unire. È opportuno entrare dentro questo discorso,
anche se non è dei più facili e piani.
Il verbo "indulgere"
vuol dire perdonare, condonare
C'è il Sacramento della Penitenza che ci dà la remissione dei nostri peccati. A
che serve allora l'Indulgenza?
L'Indulgenza è certamente sulla linea del Sacramento del Perdono: diremo, per intenderci,
che serve a completare ciò che il Sacramento ci dà. Il Sacramento perdona la colpa: ci
riammette nella amicizia, nella comunione con Dio, ridandoci la vita soprannaturale.
L'Indulgenza interviene nel campo delle conseguenze del nostro peccato. Il peccato fa
danni, perché il male ha sempre uno strascico di conseguenze cattive. Sul piano umano si
chiede a chi ha fatto il male di riparare i danni arrecati. Sul piano soprannaturale è
ancora Dio che interviene, nella sua infinita misericordia, e, per mezzo della Chiesa,
ripara, come lui sa, i danni che abbiamo fatto e per i quali dobbiamo soddisfare. Lungi
quindi dal darci l'idea di un Dio severo e vendicativo, l'Indulgenza ci parla ancora della
sua bontà e della sua santità. La perfezione infinita di Dio sa coniugare pienamente
insieme quello che a noi uomini riesce spesso impossibile: misericordia e giustizia. Ma la
giustizia viene pienamente reintegrata non per le nostre opere, ma per la generosa
donazione di Dio, che nel Figlio ha sofferto per noi.
La "prassi"
della Chiesa, nel corso della sua storia, è stata sempre questa, anche se in forme
diverse. Ecco, ad esempio, i martiri, che, in attesa del supplizio, mandavano al Vescovo
libelli di richiesta di condono per i fratelli colpiti da sanzioni per le loro colpe
pubbliche. Ecco il sacrificio eucaristico, offerto fin dai primi secoli a Dio in suffragio
dei fratelli defunti
E' da questa fede costante della Chiesa che è anche scaturita
la fede nella esistenza del Purgatorio.
Se dovessi in qualche modo cercare nel Vangelo qualche segno di questo aspetto
della misericordia di Dio, lo indicherei nel perdono che Gesù dà al ladro crocifisso con
lui, perché addirittura gli promette il Paradiso nell'"oggi" e non in data
indeterminata. E nella parabola del figlio prodigo mi pare di cogliere l'aspetto
dell'"Indulgenza", nel "modo" con il quale il Padre dà al figlio il
suo perdono: lo riammette nella condizione di prima: anello, vestito nuovo (e non mantello
che copre i suoi stracci), calzari
Non accetta la proposta: "Prendimi come uno
dei tuoi servi".
Chi prova il rimorso del male fatto, le cui conseguenze spesso sono umanamente
irreparabili, sa bene quanto giovi alla sua serenità il sapere che Dio non solo gli dà
il perdono, ma distrugge (la Bibbia dice "dimentica") tutto il residuo fangoso e
ingombrante di un triste passato.
Direi che Dio non si preoccupa solo di farci sentire il suo perdono; si fa carico, a sue
spese, anche di garantire in noi un senso nuovo di ricostruita dignità.
È chiaro che un dono così grande dobbiamo accoglierlo e, in qualche modo, meritarlo.
Ecco perché per avere l'Indulgenza ci vengono chieste pratiche da compiere e,
soprattutto, "il distacco pieno dall'attaccamento ai nostri peccati". |