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I due lati della "bomba demografica"

 

In questo mese di febbraio, dedicato al pensiero della vita, siamo lieti di pubblicare, con il suo gentile consenso, questo articolo del nostro prof. Sergio Belardinelli, docente di Sociologia presso l'Università di Bologna.

Lunedì 24 gennaio, aprendo i lavori del Consiglio Permanente della CEI, il Cardinale Camillo Ruini ha richiamato l'attenzione anche sulle "devastanti conseguenze umane, sociali ed economiche" che potrebbero scaturire da una denatalità sempre più accentuata in pressoché tutti i Paesi occidentali e in Italia in particolare. Il richiamo, e questo è certamente un motivo di soddisfazione, sembra aver suscitato nell'opinione pubblica un'attenzione forse superiore al previsto; purtroppo però non ci sono ancora elementi sufficienti per poter dire che, in materia demografica, le leadership politiche e culturali del nostro Paese si orienteranno nella direzione indicata dal Cardinale.

La Chiesa invero va dicendo da tempo che dietro il problema dei tassi di natalità troppo bassi in Occidente e troppo alti nei Paesi poveri del mondo sta una catastrofe culturale di proporzioni immense, ma, almeno finora, non si può certo dire che su questo punto l'opinione pubblica mondiale le abbia dato tanto credito. Semmai è successo il contrario: si è cercato di usare la cosiddetta "bomba demografica" in modo unilaterale e strumentale, esclusivamente per far sì che i governi dei cosiddetti Paesi sviluppati ponessero il "controllo della popolazione" tra le prime emergenze sia interne che internazionali, spesso senza alcun riguardo alla dignità delle persone. Si pensi ai molteplici attacchi che nei Paesi occidentali sono stati portati alla famiglia, alle difficoltà crescenti che scaturiscono, soprattutto per i giovani, dalla messa al mondo dei figli; si pensi alle campagne di sterilizzazione attuate in India da Indira Gandhi nel 1977, a quelle attuate, sempre negli anni settanta, nella Romania di Ceausescu, oppure alle politiche demografiche dell'attuale governo cinese, o al fatto che gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo siano stati spesso subordinati da parte dei Paesi ricchi a drastiche misure di riduzione della popolazione. Tutto sembra aver brigato contro la vita. Nulla di strano dunque che oggi nei Paesi occidentali esploda l'altro lato della "bomba", se così si può dire, ossia la denatalità.

Si tratta di un'esplosione che per adesso non sembra produrre troppo rumore; se ce ne preoccupiamo è soprattutto per le conseguenze economiche che essa comporta. Ad esempio: chi pagherà le nostre pensioni? A sentire i demografi (si veda in proposito il bell'articolo di fondo di Gian Carlo Blangiardo su "Avvenire" del 26 gennaio) sembra che per fronteggiare l'invecchiamento della popolazione da qui al 2045 - stante l'attuale dinamica demografica - possiamo solo scegliere se ridurre le prestazioni pensionistiche di oltre il 50%, oppure aumentare contributi del 60-70%, oppure innalzare di oltre dieci anni la cosiddetta età lavorativa. Ma per adesso preferiamo tranquillizzarci mettendo la testa sotto la sabbia, come gli struzzi, o pensando (stupidamente, come ha mostrato Marcello Pacini, Direttore della Fondazione Agnelli, su "Avvenire" del 25 gennaio) ai figli che metteranno al mondo i nostri immigrati.

In ogni caso, quello economico è soltanto un aspetto del problema. Che dire infatti delle conseguenze che un tasso di natalità troppo basso potrebbe avere sul piano strettamente politico? Anche a rischio di apparire stravagante, non credo che la nostra democrazia possa disinteressarsi della demografia. In una società che invecchia, prevalgono inevitabilmente le spinte più conservatrici e, alla lunga, il conflitto tra la gran maggioranza della popolazione (gli anziani) e la minoranza sempre più sparuta dei giovani potrebbe diventare esplosivo. In fondo già adesso la salvaguardia delle pensioni è considerata molto più importante della creazione di nuove opportunità di lavoro; del disinteresse per la famiglia, addirittura penalizzata dalla messa al mondo di figli, abbiamo già detto qualcosa; si aggiungano la precedenze che le nostre politiche pubbliche accordano a coloro che, come si dice, sono già "dentro", senza curarsi troppo di chi sta "fuori", per lo più giovani, o il sostanziale disinteresse per il mondo della scuola (soprattutto per gli utenti), e mi pare che il quadro risulti sufficientemente indicativo di una chiusura nei riguardi del futuro, le cui "conseguenze devastanti", come ci ha ricordato il Cardinale Ruini, vanno ad intaccare il senso stesso della nostra civiltà.

A pensarci bene, è un po' come se si fosse poco a poco avverata la malinconica definizione dell'uomo come l' "essere per la morte" dataci da uno dei più grandi pensatori del nostro secolo: Martin Heidegger. Ma se è vero che siamo mortali, è altrettanto vero che nessuno di noi è nato semplicemente per morire, bensì per "incominciare", per incominciare qualcosa che senza di noi non sarebbe mai. E il primo incominciamento di qualcosa di radicalmente "nuovo" siamo proprio noi stessi; è il nostro essere venuti al mondo, la nostra nascita, la nascita unica e irripetibile di ciascuno di noi. Un mondo dove non nascono più bambini è un mondo intorpidito che, insieme al gusto per la "novità", perde anche il gusto per la libertà; è un mondo che non ha più speranza né fiducia ed è quindi destinato inevitabilmente alla decadenza. Insistere sulla necessità di riabilitare a tutti i livelli una cultura della vita si configura per questo come uno dei servizi più grandi che i cristiani e tutti gli uomini di buona volontà possono rendere oggi alla vita civile di un Paese.

                                                                        Sergio Belardinelli       

  

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