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NO ALL'ANTIPROIBIZIONISMO

 

Ultimamente, proprio come riaffiora un fuoco sotto la cenere, è tornata fuori idea di legalizzare le droghe. L'antiproibizionismo da tempo continua a dar luogo ad uno schieramento trasversale che, da un lato unisce forze provenienti da ambienti politici opposti, dall'altro genera divisioni all'interno delle stesse alleanze. Basta infatti notare il disaccordo interno alla sinistra europea in cui, accanto a parlamentari favorevoli alle droghe libere, esiste la posizione contraria dei laburisti inglesi e di buona parte dei socialdemocratici francesi e tedeschi: ciò impedì due anni fa l'approvazione da parte del Parlamento europeo - allora a maggioranza di sinistra - di una risoluzione antiproibizionista. L'obiettivo degli antiproibizionisti è duplice:
- liberalizzare hascisc e marijuana, cosiddette droghe leggere, in quanto non generano dipendenza fisica;
- somministrare le droghe pesanti, che creano dipendenza fisica, sotto controllo medico.
L'origine di tale atteggiamento, i cui fautori spesso mascherano con l'intento di imprimere un colpo devastante alla criminalità organizzata, va ricercato principalmente nella contestazione del '68, quando in nome di una ostentata "apertura all'altro" - che abbiamo visto svanì poi durante gli anni Ottanta negli egoismi del rampantismo e del culto di sé - venivano attaccate certe istituzioni come la Chiesa, la famiglia e lo Stato, proponendo in nome di una sorta di "progresso", il sesso e la droga liberi. Vi è quindi un diffuso convincimento tra gli antiproibizionisti dell'esistenza di un "diritto a drogarsi" e non mancano gli esempi di parlamentari - e non - che si fanno una "canna" in pubblico, invitando altri ad imitarli.
Per quanto riguarda poi la lotta alle organizzazioni criminali che fanno dello spaccio una fonte di profitto, si fa presto a pensare che, anche se si introducesse la droga di Stato, le mafie mondiali continuerebbero sempre ad operare nell'ombra di un mercato parallelo di contrabbando. I loro interessi inoltre potrebbero in ogni caso spostarsi su attività criminose alternative, per cui il suddetto colpo devastante alla criminalità non verrebbe mai inferto.
E' bene sapere che il consumo dei derivati della canapa indiana, hascisc e marijuana, cosiddette droghe leggere, è stato, per il 95% delle persone morte per overdose, l'anticamera all'uso di sostanze più pesanti quali LSD, cocaina ed eroina; queste ultime due è noto che generano dipendenza fisica.
Dallo spinello quindi si passa a sniffare e a bucarsi. Dal "tirarsi le canne" si arriva a "spararsi le pere". Spesso fatali.
Inoltre, fumare hascisc e marijuana genera nel consumatore un dissesto non solo psicologico (malinconia ed apatia) ma arriva anche a danneggiare biologicamente, in modo irreparabile, le cellule cerebrali.
Non è tutto: con la diffusione delle nuove droghe sintetiche, tra cui spiccano le pastiglie di ecstasy, è altresì venuto meno quello che gli antiproibizionisti ritenevano fosse il confine tra droghe leggere e pesanti: le droghe sintetiche sono infatti formate da un cocktail di sostanze di diversa pericolosità che, se non adeguatamente "tagliate", possono provocare il decesso anche con l'assunzione di una singola compressa.
Inoltre, i tentativi di somministrazione controllata della cocaina, peraltro contrari alle direttive dell'ONU e dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno dato cattivo esito in Svizzera, in quanto hanno condotto alla ghettizzazione di esseri umani, senza che gli stessi fossero liberati dalla tossicodipendenza; i conseguenti problemi di ordine pubblico hanno addirittura richiesto l'intervento delle forze armate.
Inoltre nella ventilata ipotesi antiproibizionista i medici chiamati a controllare l'assunzione delle droghe, nel caso sbaglino nel valutare la dose, si vedrebbero piovere addosso l'accusa di omicidio colposo. E chi sarà disposto a fare il medico a queste condizioni?
Le uniche vie per combattere l'uso di droghe rimangono quindi:
1) la lotta allo spaccio;
2) la prevenzione, tramite adeguate campagne di dissuasione dall'uso di stupefacenti. Da sottolineare in proposito l'intrinseca pericolosità di una certa informazione (o meglio disinformazione!) sostenente che oggi, a differenza di ieri, "ci si droga non più per coprire un disagio interiore, bensì per vincere la timidezza che impedisce di comunicare". E' una visione che potrebbe, in ultima analisi, fornire alle droghe stesse una perniciosa immagine benigna;
3) la valorizzazione della comunità terapeutica quale unico efficace strumento di cura nel caso si fosse entrati nel tunnel della tossicodipendenza. Come si fa a definire gli ospiti di tali comunità un "esercito di schiavi" quando proprio lì essi si recano per uscire da una grande schiavitù?
4) La riscoperta dei valori da trasmettere con forza ai giovani.
Occorrerà riscoprire anche, assieme ad un concetto di libertà connesso ad un principio generale di responsabilità ("Se ti droghi ti uccidi!"), il valore della solidarietà - che l'antiproibizionismo rischierebbe di mettere a repentaglio - nei confronti di quegli esseri umani che anelano a ritrovare una vita dignitosa e libera.

Marco Cingolani    

 

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