Aveva
indubbiamente sperato in una vita migliore di quella che sta vivendo.
Che non è una vita spericolata.
Antonio Caselli trascina i giorni in una vecchia bicocca di campagna sulla collina arida e
battuta dai venti.
E il fazzoletto di terra annesso, esposto ai capricci climatici della natura, non gli
garantisce certo la certezza del domani.
Ma lui, avvezzo a subire gli strali dell'avversa fortuna, non si lamenta.
Sa bene che la sua condizione è quella dei vinti di verghiana memoria, ma la sconfitta
non gli impedisce di conservare un'idea mitica, smisurata della vita.
Eppure le premesse erano incoraggianti.
La sua famiglia era della buona borghesia e suo padre un notaio affermato.
Ma Antonio non lo vide mai sorridergli, compiacerlo, incoraggiarlo.
Sempre pronto invece a mortificarlo nel suo lato più sensibile: l'amor proprio.
Poi la prima grave ingiustizia che segnò per sempre il suo carattere di fanciullo: a
undici anni il padre lo accusò di aver rubato una banconota lasciata sopra un tavolo e lo
rinchiuse per tre giorni a pane e acqua in una stanza oscura.
Infine, alla presenza di numerosi parenti, lo umiliò senza concedergli l'opportunità di
proclamare la propria innocenza.
Per Antonio fu il primo impatto con un'autorità dispotica e repressiva che, sotto nomi e
forme diverse, teorizza l'ingiustizia.
Da grande, allora, decise di militare in quei movimenti politici che proclamano la
libertà, la giustizia e l'uguaglianza per tutti.
Ma ben presto si accorse che c'erano alcuni molto più "uguali" di altri.
E lasciò perdere.
Dove vive adesso non passa molta gente.
Ma se qualcuno gli dice buongiorno è perché, come scriveva Cesare Zavattini, gli augura
veramente il buon giorno. |