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Strano film la nuova creatura del cinema indipendente americano. Costato appena quindici milioni di dollari "American Beauty" ne ha già incassati più di settanta e, dopo i numerosi premi ricevuti al Golden Globe, ha così prenotato un posto in prima fila alla prossima consegna degli Oscar.
American beauty, come una rosa rossa coltivata con morbosa attenzione da una moglie americana annoiata e ipocritamente serena; american beauty come un'adolescente bionda, una nuova Lolita ricoperta, nei sogni di un quarantenne annoiato, proprio dai petali di quelle rose rosse coltivate con tanta attenzione.
Una vita agiata, un buon lavoro, una famiglia apparentemente perfetta, insomma la nuova borghesia americana descritta con grottesca ironia dalla nuova scoperta di Spielberg. Sam Mendes ci fa entrare nella vita molto privata di Carolyn Burnham (Annette Bening), di sua figlia Jane e in particolare nella solitudine e nelle illusioni di suo marito Lester, interpretato da un sempre ottimo Kevin Spacey.
Il giovane regista inglese è stato subito affascinato dalla sceneggiatura scritta da Alan Bell; " oltre ad essere ben scritta e ricca di personaggi è costruita alla perfezione" - si confessa il regista - "possiede una struttura narrativa complessa, serrata, che agisce su diversi piani di lettura, sviluppando tra le righe, un tema, quello della solitudine, in forte contrasto con la comicità che appare in superficie".
Prima dell'inizio delle riprese, Mendes ha lavorato molto a lungo con gli attori: a tavolino per condividere la sceneggiatura con tutti gli interpreti e poi a provare scena per scena, proprio come gli ha suggerito la sua lunga esperienza teatrale.
"L'unico vero colpevole di quello che accade è la vita. Questa piccola, bellissima, stupida cosa", questo è stato il commento del regista al bellissimo finale di American Beauty.

Non è difficile presentare il regista cinese Zhang Yimou: Orso d'oro al Festival del Cinema di Berlino del 1991 con il film "Sorgo Rosso", due nomination agli Oscar rispettivamente con "Ju Dou" e "Lanterne Rosse", Leone d' oro nel '92 al Festival di Venezia con La storia di "Qiu Jou" ed infine un nuovo Leone d'oro a Venezia proprio nell'ultima edizione con il film "Non uno di meno". Quest'ultimo è la storia di una giovanissima supplente di scuola elementare che, attirata dal premio in denaro, accetta l'incarico di occuparsi dell'educazione scolastica di una classe di bambini in un villaggio sperduto nella campagna cinese. Ma un alunno decide di non frequentare più la scuola per andare in città. La giovane maestrina decide così di partire alla ricerca della "pecorella perduta".
Un film neorealistico, accolto dalle autorità cinesi con molta freddezza e diffidenza, che permette, soprattutto a noi spettatori occidentali, di comprendere la vita che è stata e i profondi cambiamenti che si stanno via via attuando in un paese come la Cina.
Oggi le condizioni di vita in Cina sono notevolmente migliorate ma si sta sempre più diffondendo un sentimento di egoismo e di perdita di valori come la solidarietà, per la ricerca sfrenata del denaro e del guadagno.
Questo è stato, forse, lo scopo del regista Zhang Yimou: ritornare a parlare di sentimenti semplici e autentici come l'amore per i bambini, e riproporre, non solo a noi occidentali, la cultura rurale nella quale è ancora molto importante evitare gli sprechi e il denaro ha la sua rispettabile ma controllata importanza.

Marco Bechis è il regista e il protagonista nella realtà (sequestrato da quattro militari nel 1977) di "Garage Olimpo", film sull'esperienza di un intero popolo, quello argentino, durante la dittatura degli anni settanta.
La storia del film è nata quasi per caso. Bechis qualche anno fa era impegnato proprio in Argentina in una mostra organizzata da Amnesty International sui desaparecidos sudamericani, e proprio in quella occasione ha potuto ricondividere la tragica esperienza con altri due sopravvissuti dello stesso campo di concentramento. I ricordi dei suoni e dei rumori che bendati riuscivano a percepire lo hanno ispirato nella scrittura del soggetto e della sceneggiatura.
E' la storia di Maria, militante in un'organizzazione contro la dittatura, che tradita da un suo compagno di lotta viene accompagnata al garage olimpo, uno dei 365 campi di torture e sterminio presenti in Argentina negli anni settanta in cui circa trenta mila persone trovarono la morte.
Un'opera dura ma necessaria, che nonostante la drammaticità del tema trattato lascia trasparire le emozioni vissute in prima persona dallo stesso autore lasciando allo spettatore qualche impronta di vera poesia.

R. M.
   

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