"C'è un
auspicio nel nome"? L'antico detto latino (Est omen in nomine) mi è venuto in mente
mentre il tuo parroco, già tuo insegnante di Religione nella nostra Scuola Media, ti
ricordava con paterno affetto, oggi, nel darti l'ultimo saluto nella gremita chiesa di
Pantana.
"Eros" vuol dire "amore". E se anche, nella sua accezione originaria,
il vocabolo fa riferimento al dio pagano e voluttuoso dell'amore, non dimenticherò il
poeta, che dice come questo Eros, cantato "in Grecia nudo e nudo in Roma", è
poi stato reso in grembo alla divinità del cielo "ornato d'un velo
candidissimo". Proprio come la lettura dell'Apocalisse ci mostrava la schiera di
uomini e donne che, in candide vesti, fanno corona nel cielo all'Agnello immolato.
Dio, che è Amore, ha letto nel giusto senso il tuo nome, perché da lui, unico Creatore,
hanno origine e éros e agàpe, amore e carità, amore e dono di sé. La grazia sa
ricondurre l'éros a esprimere nella nostra vita la spiritualità divina dell'amore.
Io ti ho conosciuto soltanto, direi, di rimbalzo, quand'eri ragazzo. Ti ho conosciuto nel
candore semplice e ingenuo di un padre, che, mentre si impegnava con convinto entusiasmo
per la soluzione giusta del problema del nostro Ospedale, mi parlava sempre dei suoi figli
con un calore, con una fiducia, con una gioia piena di speranza, che mi faceva pensare
davvero alla luce radiosa di un'aurora, che promette il giorno chiaro e sereno della festa
della vita.
Poi, nella tua prima giovinezza, l'avevo sentito esprimere qualche trepidazione, qualche
sofferenza... Ma sapevo che non può esservi maturità umana vera, se non si attraversa il
periodo incerto e contraddittorio delle crisi dell'adolescenza.
Poi t'ho perduto di vista, come sono diventati rari e fuggevoli gli incontri con gli amici
di quell'intenso periodo, che è stato, per noi del Comitato pro Ospedale e per i
pergolesi tutti, un momento forte di intenso e sicuro impegno civico. E anche se ti ho
certamente incontrato, non ti ho saputo riconoscere in quel giovanotto alto e bello quale
ti ho visto adesso solo in una fotografia. Peccato!
Chi l'avrebbe detto che ieri l'altro, d'un tratto, il tuo nome sarebbe tornato per me
dolorosamente alla ribalta, come quello di qualcuno cui sono in qualche modo legato, uno
sul quale si fondavano, anche per me, fiduciose speranze?
Il drammatico sparire di tante giovani vite, come quello, ancora troppo recente, di altri
due tuoi coetanei di Pantana, produce anche in noi anziani - è giusto che i giovani lo
sappiano - un senso di dolorosa frustrazione, come se si fosse strappato qualcosa che pure
appartiene alla nostra vita, al nostro lavoro, al nostro impegno sociale e religioso...
Chi può allora immaginare la sofferenza straziante di tua madre, di tuo padre, dei tuoi
fratelli, dei tuoi cari, dei tuoi amici?
Solo la fede in Dio può lenire con l'olio della misericordia e con il vino della
compartecipazione ferite così laceranti, così profonde, che non si rimarginano più.
Ma nella tua fine mi sembra di poter cogliere un bagliore di luce particolare, che mi fa
sentire che la promessa radiosa di quell'aurora che avevamo intravista non è andata
delusa, anzi ha già portato la luce di quel giorno chiaro, sereno, che prelude alla festa
della vita...
E' la luce che ha mostrato la verità del tuo nome, perché ha detto a tutti: "Eros
ha fatto della sua vita un dono d'amore!".
Grazie, Eros, per questa tua raggiunta maturità! Sappila trasfondere nei tuoi giovani
amici, che spesso rischiano di rimanere immaturi; fanne motivo di serenità per i tuoi
genitori e per tutti i tuoi cari. E' garantita dalla parola di Chi ha detto: "Quello
che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli l'avete fatto a me!".
Pergola, 4 febbraio 2000 |