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                   a cura di Giuseppe Milito

"LA CUGINA BETTE"

di Honoré de Balzac (1799 - 1850)

Dubito fortemente che, esclusi pochi eletti, qualcuno si sia ricordato che lo scorso anno era il bicentenario della nascita di uno scrittore degno di entrare nel paradiso dei geni, dove Mozart passeggia con Leonardo da Vinci e Einstein gioca a carte con Chaplin (tanto per citarne alcuni). Dice il Magnifico rettore Carlo Bo che a definire genio Balzac fu Victor Hugo, mica un citrullo qualsiasi. Dice ancora Bo: "Si tratta di un creatore di un mondo dell'invenzione romanzesca che non ha confronti possibili con nessun altro narratore dell'età moderna".
Basta leggere la "Comédie humaine" di cui "La cugina Bette" è uno dei grandi capolavori per capire l'immensità di Balzac, che in questo romanzo descrive la Parigi della prima metà dell'Ottocento, dove Lisbeth Fischer, una ragazza con tutti i peggiori difetti (è brutta, povera, sfortunata e invidiosa; peggio di così...) affronta una lotta impari con la cugina Adeline (bella, ricca e buona, ci mancherebbe) e arriva a desiderare di distruggerla, metafora della lotta della piccola borghesia contro una società fondata unicamente sul denaro. E' la società dei banchieri, degli industriali e degli arricchiti che provoca risentimento, ostilità e invidia nei "parenti poveri". Erano vicine le giornate rivoluzionarie del 1848, ma Balzac non aveva certo intenzione di ispirare la rivolta. La sua analisi della società borghese non ha scopi rivoluzionari. E' soprattutto un viaggio nella natura umana corrotta dal denaro, dove anche i poveri possono essere cattivi ed egoisti e, se si ribellano, non lo fanno per costruire una società più giusta, ma per prendere il posto dei ricchi. Lisbeth odia la cugina perché vorrebbe essere come lei.
Datemi retta, diffidate delle rivoluzioni.

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