Premessa.
Correggo di nuovo la "svista" tipografica lamentata nel numero di febbraio. E'
iniziata una nuova serie di schede, intitolata "Il Grande Giubileo" e la
presente è la terza. Confido che questa volta non si seguiti a riportare il titolo
"Vieni al Padre". Chiedo scusa ai lettori.
Dopo aver parlato dell'Indulgenza Plenaria
("Il Grande Perdono") e dopo avere spiegato che senza conversione l'Indulgenza
non ha senso ("La Conversione è necessaria"), riflettiamo sugli elementi che
devono dare sostanza alla conversione.
1°. Il Sacramento del Perdono
La prima condizione che l'insegnamento
della Chiesa pone, per garantire l'acquisto dell'Indulgenza Plenaria a un credente che la
cerca - o per se stesso o per i defunti che sono nella situazione di attesa che chiamiamo
"Purgatorio" - è quella di trovarsi in "comunione con Dio".
Siamo in comunione con Dio, quando non abbiamo spezzato quel rapporto vitale con Lui che
si chiama "grazia", partecipazione alla vita divina, e che ci è stato donato
gratuitamente ("grazia", appunto!) nel nostro Battesimo.
La frattura si consuma quando, con piena consapevolezza e determinata volontà, noi
commettiamo una colpa grave (peccato "mortale", che dà morte alla vita della
grazia), disobbedendo in modo grave alla legge di Dio. Se abbiamo causato questo male
rovinoso, non è nelle nostre possibilità ripararlo, perché non siamo in grado di
recuperare con le nostre forze naturali un dono soprannaturale, divino. Dio solo può
darcelo di nuovo.
Dio lo fa, nel suo amore misericordioso, con un altro Sacramento - il Sacramento della
Penitenza o Riconciliazione - intervenendo di nuovo nella nostra vita, grazie
all'opera di salvezza che egli ha voluto realizzare nell'incarnazione-morte-risurrezione
del suo Figlio. E' Gesù che ha stabilito questo nuovo segno del perdono del Padre e che
lo ha affidato alla sua Chiesa; lo ha fatto significativamente la sera stessa della sua
Risurrezione, dicendo agli apostoli: "Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i
peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete resteranno non rimessi" (Giovanni
20, 22-23). Anche il Sacramento della Penitenza è dunque un Sacramento pasquale, come il
Battesimo. Gli antichi Padri della Chiesa lo chiamavano la "seconda tavola di
salvezza" dopo il diluvio del peccato.
La Chiesa, ricevuto dal suo Fondatore l'incarico di compiere a favore degli uomini
anche questo servizio, lo ha sempre adempiuto.
Attraverso i secoli, in forme storicamente diverse, a seconda delle esigenze e situazioni
concrete vissute dai credenti, ha concesso agli uomini il perdono di Dio, fissandone
condizioni e modalità. Non è qui il caso di soffermarsi sulla evoluzione formale subita
dal Sacramento, ma una cosa è certa: la Chiesa ha sempre creduto nella facoltà ricevuta
da Cristo di concedere nel suo nome il perdono dei peccati.
Ed è rimasta fedele alle esigenze fondamentali da chiedere al peccatore, perché egli
possa ottenere la remissione delle sue colpe: la consapevolezza e il riconoscimento di
aver peccato; il pentimento sincero per il male commesso; il proposito di non commetterlo
più; la richiesta del perdono, fatta rendendo noti alla Chiesa il genere e la gravità
dei peccati, perché la Chiesa abbia la possibilità di valutare la situazione di colui
che si pente, le sue disposizioni, le condizioni che egli ha il dovere di accettare e
realizzare, perché si possa emettere nei suoi riguardi un giudizio di remissione o non
remissione della colpa. La Chiesa non esige una confessione pubblica, ma affida
l'assoluzione a un ministro sacro, insignito del sacerdozio ministeriale (vescovo,
presbitero), perché a questi Gesù ha dato la facoltà di concedere il perdono dei
peccati. La Confessione avviene in modo segreto nella forma, ma pubblico sul piano
spirituale della comunione dei santi, perché l'accusa viene portata davanti a un uomo che
ha una funzione pubblica nella Chiesa e che a nome della Chiesa dà il perdono di Dio.
La necessità di celebrare il Sacramento della Penitenza, vale la pena di spiegarlo
ancora, c'è solo quando si è nella situazione di peccato grave. Anzi, non solo
necessità, ma urgenza, perché nessuno può stare tranquillo, quando sa di essere
staccato dalla comunione con Dio: nessuno ignora la precarietà e l'insicurezza della
nostra vita. Si tratta della salvezza eterna. C'è anche un altro grave rischio. La
trascuratezza nell'ascoltare la voce della coscienza, che ci avverte di questo rischio,
può causare e causa di fatto molto spesso quella "durezza di cuore" che conduce
a una pericolosa insensibilità e ci illude di poter andare avanti all'infinito, cercando
magari anche giustificazioni infondate. Per questo un precetto della Chiesa chiede ai
credenti di confessarsi "almeno" una volta all'anno.
Delle colpe leggere invece ci si può pentire e chiedere perdono con altri mezzi:
preghiere, partecipazione all'Eucaristia, ascolto della Parola di Dio, atti di
misericordia...
Per l'acquisto dell'Indulgenza non occorre quindi confessarsi ogni volta. Ma la
celebrazione del Sacramento, ripetuta con una frequenza che può variare a seconda di
esigenze e situazioni, è aiuto grande per la nostra santificazione, per una crescita
nella conoscenza della volontà di Dio, per una guida che ci dia forza nel vincere meglio
le tentazioni, nel correggere i difetti, nel dare nuovo slancio alla vita spirituale e
apostolica. La Confessione è non solo mezzo di perdono, ma strumento di santità; può
solo essere rovinata dalla nostra incomprensione e abitudinarietà nel servirci dei grandi
doni, che Dio ci ha fatto per elevarci sempre più nella nostra vita di comunione con Lui.
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