Mi
ha sempre affascinato, nello studio della "Divina Commedia" di Dante Alighieri,
il venire a sapere che il poema è legato al primo Giubileo Cristiano - anno 1300 - e che
anche la struttura geniale di quel meraviglioso tempio gotico tricuspidato è legato alla
Pasqua. Gli studiosi hanno appurato che Dante lì ha trovato ispirazione e unità per il
suo capolavoro, tanto è vero che il viaggio ultraterreno del poeta si svolge idealmente
nei giorni della Settimana Santa del 1300 e giunge alla vetta finale, alla visione e al
possesso di Dio, nella Pasqua dell'anno giubilare.
Dio si rivela a Dante come meta ultima del suo pellegrinaggio, nella quale l'uomo può
trovare finalmente risposta a ogni sua domanda di conoscere il cosmo, se stesso e Colui
che "muove il sole e l'altre stelle": Dio Amore-Comunione del Padre, del Figlio
e dello Spirito Santo:
"O luce eterna che sola in te
sidi,
sola t'intendi e, da te intelletta
e te intendente, te ami ed arridi!"
Trovo gratificante e utile per la
fede di un cristiano pensare in questa prospettiva teologico-spirituale-mistica la Pasqua
dell'Anno 2000. Dante non è solo un poeta: è quella personalità che gli antichi
definivano "vate", poeta-profeta, che ha la consapevolezza di portare agli
uomini di tutti i tempi un messaggio divino. Il suo egli lo definisce "poema
sacro", al quale han "posto mano e cielo e terra".
Nella consapevolezza del proprio genio e nella ispirazione della propria fede Dante si
sente chiamato ad annunziare e a indicare la via della salvezza, riconoscendo in se stesso
la condizione di uomo fragile e peccatore, ma chiamato dalla misericordia di Dio alla
partecipazione alla vita divina.
Prevenuto dall'amore che intercede, la Vergine Maria, la quale nuove l'azione illuminante
della grazia (Santa Lucia) e l'invia alla dottrina teologica (Beatrice), perché risvegli
la capacità della saggezza umana (Virgilio) a riscuoterlo dal suo smarrimento nella selva
oscura del peccato, Dante accetta di fare il cammino di conversione, meditando sulla
perdizione eterna causata dal peccato (Inferno), risalendo faticosamente la montagna della
purificazione (Purgatorio), giungendo a quello stato originario di creatura nuova
(Paradiso terrestre), che gli permette di volare senza sforzo nelle sfere luminose del
cielo (Paradiso), che costituiscono quell'empireo che, come candida rosa, si apre a
formare la Gerusalemme celeste, là dove la preghiera mistica (San Berndardo) impetra
dalla Madre di Dio il dono supremo della visione e della comunione con Colui che è.
Ma la Pasqua rimane il centro della redenzione e della salvezza: la Pasqua è il passaggio
nel quale si realizza la trasfigurazione dell'uomo in Dio: la Pasqua è luce di verità,
gaudio che abbraccia e l'anima e il corpo, pienezza in cui si compongono libertà e amore.
La "conversione" è questa realizzazione della grandezza e della nobiltà
dell'uomo nella maniera in cui l'han potuta concepire l'infinita sapienza e l'invincibile
amore di Dio.
Tanto che l'ultimo approdo dell'alto cammino altro non è che la piena uniformità
dell'uomo al volere di Dio:
"... ma già volgeva il mio
disio e il velle,
si come ruota ch'egualmente è mossa,
l'Amor che muove il sole e l'altre stelle".
Capisco bene quanto è stato
illuminato e saggio il grande Paolo VI, nel donare ai Vescovi che hanno portato a termine
il Concilio Vaticano II l'anello pastorale, segno della propria fedeltà alla Chiesa, e,
insieme, la "Divina Commedia", quale sintesi sublime della dottrina cristiana e
della fede di due millenni.
Vorrei invitare i lettori de
"La nostra Valle" a vivere così la Pasqua dell'Anno del Grande Giubileo: fare
il cammino necessario di "conversione". E' questo il vero
"pellegrinaggio" di cui abbiamo bisogno ognuno e tutti: una storia personale e
sociale purificata dal male; un uomo che ritrova a tutti i livelli il centro al quale
occorre orientare l'ago della bussola, perché il nuovo millennio fiorisca nella giustizia
e nella pace; una società che rifiuta gli errori del passato ed è consapevole che per la
vita dell'uomo c'è una meta più alta, la meta per la quale è nato e che gli è
diventata "naturale" per volere del suo Creatore: la meta della comunione con
Dio Salvatore e Redentore, morto e risorto nel Figlio Cristo Gesù. |