Consumare e fare
la spesa ci sembrano fatti banali che riguardano solo noi, i nostri gusti, le nostre
voglie, il nostro potafoglio, il nostro diritto a non essere imbrogliati. Eppure il
consumo è tutt'altro che un fatto privato e non può essere affrontato badando solo al
prezzo e alla qualità. Il consumo è un fatto che riguarda tutta l'umanità perché
dietro a questo nostro gesto quotidiano si nascondono problemi di porata planetaria di
natura sociale, politica e ambientale. (...)
In agricoltura l'uso massiccio di fertilizzanti e pesticidi sta avvelenando le falde
acquifere e sta rendendo sterili vaste quantità di terra. I liquami emessi dalle stalle
industriali alterano fiumi e terreni. I prodotti chimici che ci vengono venduti per tenere
le nostre case così linde, avvelenano le zone di produzione con sostenze tossiche di ogni
tipo. (...) Non parliamo poi dei gas prodotti dalle centrali elettriche.
Il dramma è che facciamo pagare il prezzo ambientale anche a quei popoli che non
partecipano al nostro banchetto. (...) Proprio a partire dagli aspetti ambientali risulta
evidente che il nostro stile di vita entra in concorrenza con quello della gente del Sud,
che ha bisogno di più cibo, più vestiti, più mezzi di trasporto, più alloggi, più
strutture sanitarie, più macchinari. Tutto ciò richiede una crescita produttiva che il
Sud potrà attuare solo se il Nord rinuncia a fare la parte del leone nell'uso delle
risorse e se produce meno rifiuti. D'altronde è dimostrato che non si può giungere ad un
equilibrio tra il Nord e il Sud portando tutta la popolazione terrestre al nostro tenore
di vita, perché se tutti gli abitanti della Terra consumassero quanto consumiamo noi, ci
vorrebbero altri sei pianeti da utilizzare come fonti di materie prime e come discariche
di rifiuti.
Il nostro consumo danneggia i popoli del Sud non solo perché corrode i loro spazi di
sviluppo, ma anche perché contribuisce al loro sfruttamento. I fatti parlano chiaro.
Nella piantagioni Del Monte un bracciante filippino guadagna solo 800 lire all'ora, per un
totale giornaliero di 6.400 lire. Ma è stato calcolato che per garantire i bisogni
fondamentali a una famiglia di sei persone, ci vogliono almeno 11.200 lire al giorno. In
Indonesia, nelle fabbriche che producono per la multinazionale Nike, gli operai lavorano
270 ore al mese e sono pagati meno di 64.000 lire. Questa somma, anche se corrisponde al
salario minimo stabilito dal governo, copre appena il 31% dei bisogni vitali di una
famiglia di quattro persone.
Naturalmento stiamo parlando delle paghe degli adulti, perché i bambini prendono molto
meno. Nelle fabbriche indonesiane la paga media di un bambino che lavora otto ore al
giorno per sei giorni la settimana è di 30.000 lire al mese. (...) l'incendio avvenuto il
10 maggio 1993 in Thailandia, nella fabbrica di giocattoli Kader di proprietà di una
multinazionale cino-thailandese, dismostra quanta poca sicurezza esista nelle imprese del
Sud del mondo: durante l'incendio hanno perso la vita 189 lavoratori e altri 500 sono
rimasti feriti perché erano chiusi a chiave dentro lo stabilimento.
In Guatemala le donne del settore tessile sono pagate meno di un dollaro al giorno e
subiscono frequenti abusi sessuali. Nella fabbrica Lucasan, ogni quindici giorni sono
messe in fila e sono colpite alla pancia per scoprire chi è incinta. Chi lo è, viene
licenziata in tronco. Se le operarie tentano di organizzarsi, le fabbriche vengono chiuse
e riaperte dove il sindacato non esiste ancora. (...)
A questo punto dobbiamo scegliere. Se vogliamo sostenere il pericolo di guerre, la
distruzione del pianeta, la corruzione, l'oppressione, allora continuiamo a consumare alla
cieca come facciamo oggi.
Ma se vogliamo salvare il pianeta, se vogliamo far crescere la giustizia, la
partecipazione, la nonviolenza, allora dobbiamo consumare meno e dobbiamo prendere le
distanze dalle imprese che si comportano in maniera iniqua. In altre parole dobbiamo
imboccare la strada della sobrietà e del consumo critico.
(tratteremo questi argomenti nei
prossimi mesi) |