La casa delle
Suore Canossiane in Roma, che ha ospitato Don Sturzo negli ultimi anni della sua vita, era
punto di approdo di persone di ogni condizione: poveri, disoccupati, malati, ecc. Ve lo
aveva condotto l'on. Igino Giordani. La Suora che lo serviva e lo seguiva, testimonia in
un suo diario della fede del sacerdote e del suo dialogo intimo con Dio. "Andava
spesso _ scrive _ in cappella a pregare". In quella casa don Sturzo
riceveva persone amiche, parlamentari, ambasciatori, ministri d'Italia e di altre nazioni,
che venivano a chiedere consigli. Egli accoglieva tutti, ascoltava, dirigeva, illuminava,
esortava con la sua parola buona, piena di saggezza e di acume. Mai una domanda indiscreta
che alludesse alla loro vita privata, ma solo domande inerenti allo scopo della loro
venuta.
Dice ancora di lui la suora nel suo diario: "In lui scoprivo un'anima limpida come
quella di un bambino, di una rettitudine sbalorditiva. Sapeva scendere alle cose piccole
insignificanti, ed ergersi maestoso nelle occasioni più importanti".
Fra le numerose sentenze di "politica pratica" scritte da Don Sturzo, troviamo
la seguente: "Fare l'esame di coscienza ogni sera è buon sistema anche per l'uomo
politico; così com'è giovevole fare buoni propositi. Se ciò non ostante, la sera si
arriva a mani vuote, senza aver mantenuto i buoni propositi della mattina, penso che ciò
accada ai più, e serve a tenerci umili, anche se la gloria umana aleggia attorno alla
nostra piccola testa". Confessioni di Don Sturzo: "Non ho mai preso una
decisione su due piedi
Prima ho pensato e pregato. Mai ho agito nel dubbio
La
mia missione è stata quella di portare la vita spirituale nella vita politica".
Ebbe una mamma che lo educò alla carità verso i poveri (lo mandava a far merenda nel
ricovero dei vecchi, perché li vedesse da vicino) e alla pietà (aveva tre zie suore nel
convento delle Benedettine a Caltagirone, e spesso vi si recava a servir Messa).
La missione di Don Sturzo fu dura, trerribile, ardua; ma il sacerdote (sebbene malandato
in salute) vi si accinse, sicuro di fare la volontà di Dio: è qui la caratteristica
della sua figura ascetica.
Attingendo dagli appunti di Terzia Tami, la suora canossiana che fu nella casa generalizia
tutto il tempo in cui Don Sturzo vi fu ospite, leggiamo: "Aveva passato insonne la
notte del 21 (luglio 1959), per l'angoscia della situazione politica in Sicilia, pregava e
soffriva". Alle 4,45 del 22 chiamò la suora: "Non ne posso più, voglio
celebrare la Messa dello Spirito Santo, perché illumini gli amici di Sicilia". E
pianse sommessamente durante la S. Messa.
Continua la suora: "Ripeteva durante la sua malattia: Non so far di meglio che
offrire i miei dolori fisici e immolarmi a gloria del Padre, del Figlio e dello Spirito
Santo".
Desiderava essere informato dell'avvicinarsi dell'ultima ora. Delicatamente lo avvertì il
prof. Caronìa: "Il Signore ti è vicino". Volle ricevere l'Unzione degli
infermi nella stanzetta che volle pulitissima. La mattina del 30 luglio, per tempissimo,
arrivò il Parroco d'Ognissanti, un orionino suo confessore, da Don Sturzo tanto amato e
stimato. Volle confessarsi, ricevere il S. Viatico. Per alcuni giorni fu un alternarsi di
crisi e di riprese, durante le quali Don Luigi era vivace e gustosissimo.
Dal Vaticano arrivavano frequenti telefonate: Giovanni XXIII voleva sapere delle
condizioni dell'infermo. La mattina dell'8 agosto il Papa, da Castelgandolfo, gli mandava
l'ennesima benedizione. A tale annuncio, in piena lucidità di mente, l'uomo politico
sacerdote, spalancò gli occhi luminosi pieni di gaudio e fece devotamente il segno della
croce. Si abbandonò quindi con grande spossatezza e non parò più. Gli erano accanto il
suo medico, l'infermiere, le suore. Venne il Parroco che gli impartì l'ultima assoluzione
e lo accompagnò nel suo transito al cielo in continua preghiera. Il respiro si fece più
breve, poi
uno scoppio di pianto dei presenti.
L'anima grande aveva lasciato la terra per ritornare dove eterno è il gaudio di Dio. |