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                   a cura di Giuseppe Milito

"CORRUZIONE AL PALAZZO DI GIUSTIZIA"
Ugo Betti (1892 - 1953)

Il ruolo della magistratura, i suoi rapporti con la politica, la presunta (molto presunta) superiorità dei giudici nei confronti di chi deve essere giudicato: temi di grande attualità nell'Italia appena uscita (o no?) da tangentopoli, ma già attuali alla fine degli anni Quaranta, quando Ugo Betti, scrittore e magistrato, pose diversi interrogativi all'Italia appena uscita dal fascismo, in un periodo di incredibili "conversioni" politiche.
Quella di abbandonare gli sconfitti e salire sul carro dei vincitori è una caratteristica tipica del popolo italiano e tangentopoli ne è un valido esempio. Gli uomini politici della cosiddetta prima Repubblica venivano riveriti in modo disgustoso e il sistema di potere basato sulle tangenti veniva considerato come un male necessario. Tutti sapevano, nessuno parlava. Ma non appena è esplosa tangentopoli, gli italiani sono passati all'eccesso opposto e hanno esaltato la magistratura, senza il minimo spirito critico. Capiamoci bene, l'operazione di polizia giudiziaria contro una classe politica in larga parte corrotta e corruttrice è stata sacrosanta. Ma pensare che i magistrati avessero sempre ragione anche quando commettevano degli abusi è stato un tragico errore.
Un consenso popolare sicuramente esagerato ha contribuito ad esaltare quel delirio d'onnipotenza di cui soffrono certi magistrati quando prendono abbagli colossali, mettono in galera degli innocenti e nemmeno ammettono di aver sbagliato. Ricordate il caso di Enzo Tortora? Non ha niente a che fare con tangentopoli, ma avrebbe dovuto costituire un più che valido ammonimento.
Betti ha anticipato di circa quarant'anni tutti i problemi riguardanti la magistratura e la giustizia che il caso Tortora e tangentopoli hanno portato clamorosamente all'attenzione dell'opinione pubblica.
In "Corruzione al palazzo di giustizia" i giudici sono soprattutto degli uomini e, come tutti gli uomini, hanno delle colpe. Uno in particolare è la classica "mela marcia", ma gli altri non sono certo degli angioletti. Il Consigliere inquisitore inviato dal Ministro ad indagare per scoprire l'identità del giudice corrotto assisterà a una spietata lotta per il potere, ma, alla fine, prevarrà la coscienza e il colpevole salirà la lunga scala che lo condurrà nell'ufficio dell'Alto Revisore, un uomo molto vecchio che, probabilmente, è appisolato sul tavolo. Basterebbe tornare indietro e nessuno parlerà più del caso di corruzione.
Eppure il colpevole prosegue, deciso a confessare la verità perché "nessun ragionamento al mondo potrebbe permettermi stanotte di chiudere gli occhi tranquillamente".

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