"CORRUZIONE
AL PALAZZO DI GIUSTIZIA"
Ugo Betti (1892 - 1953)
Il ruolo della magistratura, i
suoi rapporti con la politica, la presunta (molto presunta) superiorità dei giudici nei
confronti di chi deve essere giudicato: temi di grande attualità nell'Italia appena
uscita (o no?) da tangentopoli, ma già attuali alla fine degli anni Quaranta, quando Ugo
Betti, scrittore e magistrato, pose diversi interrogativi all'Italia appena uscita dal
fascismo, in un periodo di incredibili "conversioni" politiche.
Quella di abbandonare gli sconfitti e salire sul carro dei vincitori è una caratteristica
tipica del popolo italiano e tangentopoli ne è un valido esempio. Gli uomini politici
della cosiddetta prima Repubblica venivano riveriti in modo disgustoso e il sistema di
potere basato sulle tangenti veniva considerato come un male necessario. Tutti sapevano,
nessuno parlava. Ma non appena è esplosa tangentopoli, gli italiani sono passati
all'eccesso opposto e hanno esaltato la magistratura, senza il minimo spirito critico.
Capiamoci bene, l'operazione di polizia giudiziaria contro una classe politica in larga
parte corrotta e corruttrice è stata sacrosanta. Ma pensare che i magistrati avessero
sempre ragione anche quando commettevano degli abusi è stato un tragico errore.
Un consenso popolare sicuramente esagerato ha contribuito ad esaltare quel delirio
d'onnipotenza di cui soffrono certi magistrati quando prendono abbagli colossali, mettono
in galera degli innocenti e nemmeno ammettono di aver sbagliato. Ricordate il caso di Enzo
Tortora? Non ha niente a che fare con tangentopoli, ma avrebbe dovuto costituire un più
che valido ammonimento.
Betti ha anticipato di circa quarant'anni tutti i problemi riguardanti la magistratura e
la giustizia che il caso Tortora e tangentopoli hanno portato clamorosamente
all'attenzione dell'opinione pubblica.
In "Corruzione al palazzo di giustizia" i giudici sono soprattutto degli
uomini e, come tutti gli uomini, hanno delle colpe. Uno in particolare è la classica
"mela marcia", ma gli altri non sono certo degli angioletti. Il Consigliere
inquisitore inviato dal Ministro ad indagare per scoprire l'identità del giudice corrotto
assisterà a una spietata lotta per il potere, ma, alla fine, prevarrà la coscienza e il
colpevole salirà la lunga scala che lo condurrà nell'ufficio dell'Alto Revisore, un uomo
molto vecchio che, probabilmente, è appisolato sul tavolo. Basterebbe tornare indietro e
nessuno parlerà più del caso di corruzione.
Eppure il colpevole prosegue, deciso a confessare la verità perché "nessun
ragionamento al mondo potrebbe permettermi stanotte di chiudere gli occhi
tranquillamente". |