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IL RAPPORTO DEBITO/PIL

 

Dal 1992, anno di approvazione del Trattato di Maastricht, sono all'ordine del giorno i parametri di convergenza vincolanti i Paesi membri dell'Unione Europea.
Ve ne sono tre per la stabilità monetaria e altri due riguardanti il controllo della spesa pubblica.
Questi ultimi sono rappresentati dal rapporto deficit annuo/PIL(Prodotto Interno Lordo) che dovrà essere inferiore al 3% (tendendo peraltro al pareggio, in seguito all'approvazione del Patto di Stabilità nel 1996) e dal rapporto debito/PIL che non dovrà essere superiore al 60%; nel caso in cui quest'ultimo sia molto maggiore di tale quota, ed è il caso dell'Italia che in base alle ultime rilevazioni si trova al 114,7%, occorrerà impegnarsi in modo credibile per un tendenziale raggiungimento nel lungo periodo del limite del 60%.
L'uso di tali rapporti dipendono dal fatto per cui, se non si confrontassero il deficit e il debito statali con il Prodotto Interno Lordo, avremo un'idea distorta dell'esposizione finanziaria pubblica in quanto considereremo più a rischio un Paese con (cifre fantasiose) 100 di debito e 600 di PIL rispetto ad uno con 50 di debito, ma con un'economia capace di produrre in un anno solo 100 di PIL. Nel primo caso si nota che il debito pubblico rappresenta soltanto un sesto del PIL, mentre nel secondo esempio ne raggiunge una maggiore percentuale, pari ad un mezzo. E' certamente più a rischio quest'ultimo Paese, nonostante il suo debito (50 contro 100) rappresenti la metà di quello del primo, la cui dimensione economica è però molto maggiore (600 di PIL annuo contro i 100 del secondo).
Occorre tuttavia fare ancora doverose osservazioni riguardo al rapporto debito/PIL ora citato.
Infatti, il Prodotto Interno Lordo è dato dal valore di quel flusso di beni e servizi prodotti, all'interno dei confini di uno Stato, in un determinato periodo di tempo, in questo caso un anno solare; ha quindi la natura - per chi si intende di contabilità - di un reddito.
E' un flusso anche la differenza tra l'imposizione fiscale e la spesa pubblica (nella quale spicca la spesa per interessi sui titoli di Stato), essendo le stesse sempre riferite allo stesso periodo di durata annuale. Nel caso le entrate fiscali siano superiori alla spesa pubblica si avrà un surplus o avanzo; altrimenti avremo un deficit o disavanzo annuo.
Per quanto riguarda invece il debito pubblico, esso è costituito dalla somma di tutti i deficit - i quali abbiamo visto sono dei valori flusso - che si sono accumulati anno dopo anno, ed è quindi calcolato in un determinato istante nel tempo, normalmente ogni 31 dicembre; il debito si definisce quindi come valore fondo (o stock) ed ha così la natura contabile di patrimonio, seppur con segno negativo costituendo una passività.
Riguardo al rapporto deficit/PIL non vi è da fare alcuna osservazione per il semplice motivo che entrambi rappresentano dei flussi. Tuttavia, nel caso di debito pubblico rapportato al PIL, confronteremo un valore fondo, il debito appunto, con un flusso, il PIL.
Di conseguenza, sebbene il rapporto debito/PIL contribuisca a darci un'idea dell'esposizione pubblica rapportata alla grandezza di un'economia nazionale data appunto dal PIL, siamo in presenza di un'evidente distorsione che potrebbe peraltro divenire fuorviante: sarebbe molto più giusto un raffronto dell'ammontare del debito pubblico con un altro valore fondo, valutato nello stesso istante in cui il debito viene quantificato.
Il fondo da utilizzare è dato dalla ricchezza patrimoniale che il Paese possiede nel suddetto istante, e in particolar modo dalle attività finanziarie detenute dai risparmiatori, di cui fanno parte anche i titoli del debito pubblico: è questa la condivisibile opinione dell'economista Alberto Niccoli, docente presso l'Università di Ancona.
Se consideriamo quindi la percentuale dei titoli pubblici emessi dallo Stato italiano sul totale delle attività finanziarie (in cui figurano, oltre ai titoli di Stato, anche denaro contante, conti correnti, certificati di deposito, azioni, quote di fondi comuni di investimento, fondi pensione, ecc.) detenute dai risparmiatori del nostro Paese, avremo per l'Italia un valore ben più sostenibile rispetto all'odierno rapporto debito/PIL.
Ad ogni modo ciò non giustifica affatto un abbassamento della guardia nel risanamento dei conti pubblici, in quanto con il pur sempre elevato importo del debito (dovuto ad un'incontrollata espansione della spesa pubblica a partire dalla metà degli anni '70 sino all'inizio degli anni '90), anche un aumento del relativo tasso di interesse di un solo punto percentuale potrebbe compromettere il rispetto dell'altro limite deficit/PIL, concettualmente corretto, del 3%.
Comunque, nel caso si confrontasse il debito pubblico con il totale delle attività finanziarie esistenti in un dato momento, oltre che al miglioramento delle nostre credenziali quantitative in Europa, si giungerebbe ad una molto più corretta stima del rischio finanziario del settore pubblico di ciascun Paese.
Tuttavia i fautori dell'euro non hanno, almeno per adesso, alcuna intenzione di apportare questa importante modifica ad uno dei cinque parametri di Maastricht.

Marco Cingolani       

 

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