Noi italiani, si
sa, non difettiamo di fantasia. Anzi siamo famosi per questo. Ma una dote così preziosa
la sprechiamo in esercizi inutili, che lasciano il tempo che trovano.
Che sforzo deve essere costato escogitare tante nuove definizioni per dire la stessa cosa!
I ciechi sono diventati "non vedenti", i sordi "non udenti", i
mutilati alle gambe "non deambulanti", gli handicappati "portatori di
handicap" o "disabili". La classica donna di servizio si è trasformata
prima in "domestica" e poi in "collaboratrice familiare", lo spazzino
in "netturbino" e poi in "operatore ecologico".
A Roma, l'Azienda municipalizzata per la nettezza urbana, l'ANMU, ha un nuovo nome:
Azienda Municipalizzata per l'Ambiente, AMA; il caro giardino zoologico si è trasformato
in "bioparco". La dattilografa si chiama, sempre più spesso, tastierista. Gli
infermieri sono "paramedici" e fra poco, chissà, i bidelli assumeranno la
qualifica di "parainsegnanti".
Lo scopo, probabilmente, è quello di nobilitare un mestiere, che non ha bisogno d'essere
nobilitato perché tutti i lavori sono nobili, oppure di rendere meno cruda, con un
artificio verbale, una disgrazia.
Eppure, tutti fanno quel che hanno sempre fatto: la collaboratrice familiare lavora
esattamente come una donna di servizio; l'operatore ecologico spazza, al solito, le
strade; il non vedente non riacquista la vista né il non udente l'udito. E' vero che
qualche infermiere, tentato di spacciarsi per dottore, finisce col combinare grossi guai,
ma si tratta di casi isolati.
Il sistema ha avuto larga applicazione anche in politica, dove cambiano le etichette,
cambiano i simboli, ma la sostanza rimane immutabile: le tasse continuano a tartassarci,
l'inflazione a crescere, gli stipendi e le pensioni ad assottigliarsi.
Quello che ho appena descritto, un po' per scherzo e un po' sul serio, è il metodo
"gattopardesco". Lo teorizzò, infatti, Giuseppe Tomasi di Lampedusa:
"tutto deve cambiare perché tutto resti uguale". Il Principe di Salina aveva
capito tutto. |