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Marisa Morini, 13 anni: è morta come Maria Goretti.
Una storia di purezza e di sangue dei nostri tempi

 

A Fossanova (Ferrara) la notte era scesa, trasformando in una nera caligine la pesante coltre di nebbia, le case e le interminabili file di pioppi. Ma Marisa conosceva bene la strada di casa: inforcò la bicicletta e si avviò verso il bar, per vedere lo "Zecchino d'oro". Era la prima volta che le era stato concesso il permesso di recarsi al bar per vedere la televisione. Lo "Zecchino d'oro" era piaciuto al suo animo semplice e buono: quei bambini che cantavano le avevano ricordato tempi non molto lontani, quando insieme con i numerosi fratelli cantava a voce spiegata nella grande aia davanti a casa.
Sono stati forse i suoi ultimi ricordi felici. Poco dopo, mentre pedalava lungo la strada con la spensieratezza dei suoi tredici anni, un uomo, anche lui in bicicletta, la raggiunse e, urtandola, la fece cadere a terra. Marisa sulle prime non ebbe paura: conosceva quell'uomo, abitava a due passi da casa sua e con lui faceva spesso quattro chiacchiere. Ma poi dovette brutalmente ricredersi, quando l'uomo l'afferrò per i polsi e le si gettò addosso. Si difese disperatamente, ma lui era più forte. L'uomo impaurito dai rumori della strada, pensando che arrivasse qualcuno, la portò via e la trascinò nei campi, tentando di violentarla. La ragazza si difese con tutte le sue forze, ma la lotta era impari e allora si mise a urlare, ma per sua sfortuna nessuno udì la sua voce che divenne sempre più debole. L'uomo cominciò a percuoterla sul viso e, in preda ad un raptus di follia omicida, afferrò un grosso ramo di melo e le fracassò il cranio. La ragazza spirava poco dopo.
La famiglia nel povero casolare quasi soffocato dall'interminabile orizzonte dei campi, attese invano il suo ritorno. Preoccupata la madre bussò ai pochi usci di Fossanova (una piccola isola in mezzo ad un mare di nebbia), chiedendo se avessero visto sua figlia. Sentendosi rispondere di no, poiché quella sera nessuno aveva notato la presenza di Marisa, la donna si impensierì: la sua bambina si era dimostrata sempre giudiziosa, e non capiva il perché di quel ritardo.
La ragazza giaceva senza vita in un frutteto poco distante di lì, con il corpo quasi irriconoscibile per le percosse subite, rozzamente coperta da alcune fascine di rami di melo con le quali l'uccisore si era illuso di poter nascondere il suo crimine.
Marisa aveva appena tredici anni, ma era precocemente sviluppata e dimostrava più della sua età: non aveva "grilli" per la testa, ragazza acqua e sapone, casa e Chiesa. La sua era una famiglia numerosa, povera, ma timorata di Dio. Il mestiere di salariato agricolo che facevano suo padre e i suoi fratelli era appena sufficiente per comperare il pane e un po' di companatico, e il vino per i giorni festivi. Facevano una vita semplice, ma Marisa non fu udita mai lamentarsi; aiutava volentieri la mamma nel faticosissimo lavoro di accudire alle necessità di tanti uomini e mentre lavorava, esprimeva la gioia della sua anima pura cantando. La madre dopo averla ritrovata morta, riusciva a stento a parlare e diceva che Marisa era buona e brava e che non ricordava di averla mai vista disubbidire. Fra quelle quattro povere case di Fossanova di lei è rimasto un ricordo doloroso, ma con la certezza che il paradiso si è arricchito di una nuova Santa. Marisa si è portata con sé un corpo martirizzato, santificato dall'innocenza, che non ha ceduto, pagando il prezzo più alto: ha lasciato agli altri, alla sua famiglia nel dolore, a quanti la conoscevano, a tutti noi un'eredità di un'altra adolescente, Maria Goretti, che come Marisa sacrificò sentimenti, speranze, affetti, la vita stessa, per salvare qualche cosa di più grande e importante.
Questo racconto che, penso, susciti in noi commozione e ammirazione è la sintesi di un'intera pagina dedicata al martirio di Marisa Morini, dell'Avvenire d'Italia del 15 marzo 1964.

Don Luigi Baù    

 

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