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LA CIVETTA RELIGIOSA

 

Nonno Gino racconta...

Erano da poco iniziati gli anni Trenta anche a Montevecchio, località aggrappata sulle aspre colline prospicienti l'Appennino marchigiano.
In questo minuscolo borgo l'unica zona pianeggiante era il sagrato antistante la chiesetta consacrata alla Madonna della Neve.
A noi bambini non sembrava vero poter utilizzare questo spazio per praticare il gioco più bello del mondo: quello della palla.
Con un pallone di fortuna realizzato con qualsiasi tipo di materiale che potesse assumere una forma sferica davamo il via a interminabili partite, con ogni tempo e con ogni clima. Don Neno, il vecchio parroco, assisteva alle nostre imprese soddisfatto perché, in fondo, restavamo vicini alla chiesa e, diceva lui: - Il Signore ci teneva d'occhio. -
Ma purtroppo noi non ricambiavamo le attenzioni del Signore, e questo a Don Neno non andava proprio giù quando si accorgeva che alle funzioni non eravamo mai presenti. Visto che i suoi ripetuti inviti non avevano il minimo successo, un bel giorno decise di convincerci con le cattive.
Nascosto dietro l'angolo della chiesa, attese il momento opportuno in cui il pallone gli capitò a tiro e ce lo sequestrò. Sgomenti lo vedemmo infilarsi la palla sotto il braccio e dire: - Lo riavrete dopo la messa! - Questo gesto ci apparve estremamente ingiusto e ci sentimmo offesi nel profondo dell'anima, perciò decidemmo di non andare alla funzione e incominciammo a covare la vendetta. Dopo aver scartato varie soluzioni del tipo: appiccare fuoco alla chiesa, sparare al parroco col fucile da caccia del padre di Luigi, rubargli le mutande stese ad asciugare... uno dei più grandicelli ebbe l'idea geniale!
- Ho trovato; credo che sul tetto di casa mia c'è proprio quello che ci serve! - Lo seguimmo sul tetto di casa sua dove aveva nidificato una civetta. Il povero animale, che notoriamente si muoveva di notte, durante il giorno riposava nel suo rifugio: quando ci vide spalancò preoccupato i suoi grandi occhi rotondi, ma si fece catturare senza opporre grande resistenza.
- Questa civetta ci aiuterà a vendicarci - disse il nostro amico.
Noi lo guardammo stupiti ma lui ci spiegò rapidamente il suo piano: la notte tra sabato e domenica si sarebbe infilato in chiesa e sarebbe andato a infilare l'animale nel tabernacolo dove normalmente sta l'ostensorio. L'idea parve a tutti noi brillante e cominciò subito l'attesa spasmodica di ciò che sarebbe accaduto durante le Messa della domenica. Sabato notte, col favore delle tenebre, Piero entrò in chiesa dalla porticina laterale sempre aperta, con la civetta sotto la camicia e poco dopo ne uscì da solo senza esser visto da anima viva. Il giorno dopo, domenica, noi ragazzi eravamo seduti sulla prima fila nelle panche della chiesa già un'ora prima dell'inizio della Messa.
Don Neno quando ci vide ci sorrise esprimendo un misto di soddisfazione e trionfo personale: si leggeva chiaramente sulla sua faccia quella nota di sarcasmo nei nostri con fronti. - Ridi, ridi. Dopo ridiamo noi! - ringhiò Piero. A Don Neno infatti non attraversò la mente alcun dubbio circa la nostra presenza così anticipata visto che, di solito, non entravamo mai sino "all'elevazione". Alle nove iniziò la Messa con la chiesa stracolma e tutto si svolse regolarmente fino al momento in cui il sacerdote si apprestò ad aprire il tabernacolo e infilò la mano dentro: era il momento che attendevamo da una settimana! Frementi non riuscivamo a stare fermi nel momento più importante della Messa.
Il prete smise di botto di cantare e ritrasse rapidamente la mano dal tabernacolo.
Tutti i fedeli compresero che qualcosa non stava funzionando e guardarono verso l'altare dove Don Neno cercava ripetutamente di infilare la mano nella piccola apertura e ogni volta la ritirava massaggiandola.
Un silenzio irreale era sceso nella chiesetta, rotto solo dallo sghignazzare di noi ragazzi.
A rompere l'imbarazzo generale fu una vecchina che avvicinandosi all'altare domandò: - Oggi non si fa la Comunione? - e Don Neno, rosso in viso rispose a voce alta: - Oggi non si fa perché anche Cristo ha "del tristo"* -.

* Nel dialetto locale significa: "essere arrabbiato, essere di malumore".

Racconto di Monica Tomassacci, classe 2a sez. F, Scuola Media di Serra S. Abbondio, che partecipa al concorso: "I nonni raccontano".

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