Ai
pergolesi sono arrivate le bollette dell'acqua e si è trattato in moltissimi casi di
fatture dagli importi milionari. Cifre astronomiche: uno, due, quattro, fino ai dieci
milioni di lire e oltre. Anche la stampa quotidiana locale si è occupata del caso e il
sindaco, Dario Conti si è precipitato a replicare sulle colonne degli stessi giornali
rassicurando i cittadini. "Faremo le adeguate verifiche (ha detto) probabilmente vi
è stato qualche errore nel computo delle tariffe sui consumi minimi, i cittadini
attendano qualche giorno prima di pagare".
Il problema però è a monte e già lo affrontammo nelle pagine di questo periodico.
Punto primo: è legittimo far pagare per l'acqua se essa non è potabile? La risposta è
no. E la legge su questo punto è quanto mai chiara. Va detto allora che in molte zone del
nostro comune vige ancora l'ordinanza di non potabilità dell'acqua ed è quindi ingiusto
che questi concittadini debbano somme per un bene che non gli viene fornito. Potrebbero, o
meglio dovrebbero, rifiutarsi di versare quanto richiesto.
Punto secondo: abbiamo già avuto modo di dire su queste pagine come sia sconveniente per
noi cittadini dell'entroterra che le acque vengano gestite dal Megas. Spieghiamo
nuovamente il perché. Il consorzio ha un organismo esecutivo che viene eletto da tutti i
comuni della provincia tenendo logicamente conto del numero di abitanti di ciascuno di
essi. A Fano e a Pesaro risiedono 145.000 persone, la metà dell'intera popolazione
provinciale che è di circa 330.000. E' quindi logico che all'interno del Megas questi due
centri, assieme agli altri costieri, abbiano la maggioranza e determinino le strategie del
consorzio. Come dire, noi (dell'entroterra) abbiamo l'acqua e loro (della costa) decidono
cosa farne. Ma non finisce qui. Lo scorso mese di aprile la Provincia di Pesaro ha
deliberato la trasformazione del Megas in Società per Azioni.
Le quote, all'interno della neonata S.P.A., saranno solo per il 50 % in mano a Provincia e
Comuni, quindi i piccoli centri montani conteranno ancor meno di prima. Inoltre, essendo
il profitto il solo fine di una Società per Azioni, è facile immaginare come andrà a
finire: aumenteranno le tariffe, verranno potenziate le infrastrutture e garantite le
forniture (anche in casi di carenza idrica) nelle zone più popolose (quelle costiere),
mentre saranno trascurate le aree montane, che, avendo minore popolazione, sono per la
S.P.A. clienti di secondaria importanza.
Insomma, dell'acqua che sgorga dai nostri monti non decideremo più nulla e, se ce ne
sarà poca, prima verranno serviti gli altri e poi noi.
Quando, due anni orsono, lo Stato impose la costituzione di consorzi di più cittadine per
la gestione delle acque, in quattro e quattr'otto i Comuni pesaresi decisero (su pressione
di alcune importanti forze politiche) di aderire al Megas, e chi ventilava l'ipotesi di
consorziare solo i centri montani venne messo da parte e deriso. Questa è ora la realtà.
Mettiamo mano al portafoglio e prepariamoci a rimanere a secco! |