"Cosa
resterà degli anni Ottanta?", ci si chiedeva nel lontano 1989.
Senza degenerare nel positivismo, che pretende di spiegare la complessa realtà sociale
con le leggi causa-effetto tipiche delle scienze esatte, compiere un'analisi retrospettiva
al fine di comprendere meglio il presente rappresenta sicuramente un'attività utile ed
educativa.
Innanzitutto, evidenziamo che il miracolo economico degli anni Cinquanta e Sessanta
avvenne in Italia in modo squilibrato sia territorialmente che socialmente.
Il conseguente disagio degli esclusi è stato considerato uno dei fattori scatenanti la
cosiddetta "rivoluzione culturale" di fine anni Sessanta, in base alla quale i
valori cosiddetti tradizionali sarebbero oramai risultati inadeguati al nuovo contesto
socio-economico.
Superati poi gli anni Settanta, passati alla storia come gli "anni di piombo" e
della stag-flazione (disoccupazione mista ad inflazione), il nostro Paese attraversava
negli anni Ottanta un nuovo periodo di "vacche grasse", tanto da divenire per un
momento la quinta potenza più industrializzata della Terra. Tuttavia, eravamo di fronte
ad un gran fumo negli occhi. Infatti, l'incremento del Prodotto Interno Lordo negli anni
Ottanta era trainato dalla spesa pubblica, spesso improduttiva e clientelare, la quale era
arrivata a raggiungere persino il 60% dello stesso PIL, generando un accumulo continuo di
deficit statali capace di originare quell'elevato importo del debito pubblico con cui
tuttora dobbiamo fare i conti. Dilagava anche la corruzione; domanda: è sicuro che ai
nostri giorni non esista più?
La forte crescita economica degli anni Cinquanta e Sessanta fu trainata dalla
motorizzazione di massa e da una continua domanda di elettrodomestici: si acquistavano
quindi beni di uso durevole ritenuti indispensabili per il nuovo stile di vita.
La crescita del PIL degli anni Ottanta, oltre che dalla sopra citata espansione
incontrollata della spesa pubblica, venne favorita dall'acquisto di beni e servizi
voluttuari, atti non più a soddisfare i bisogni primari della persona: vacanze di lusso,
capi firmati, cura morbosa dell'aspetto esteriore, seconda auto, "febbre" del
sabato sera - quest'ultima ben presto genererà la subcultura dello sballo e del "non
pensare". Era il trionfo dell'edonismo, del consumismo più sfrenato, dell'apparenza
e molto spesso anche dello sperpero. Da qui la definizione di "decennio
prodigo".
Era l'epoca del rampantismo: certi giovani, gli yuppies della famosa canzone di
Luca Barbarossa, tramite i soldi e le conoscenze dei genitori, prendevano in locazione un
appartamento al centro di un'importante città e si gettavano in un'arrivistica corsa al
potere e al successo servendosi di ogni mezzo, anche non lecito. Era l'illusione del
craxismo e della "Milano da bere".
In linea di massima, la componente cosiddetta solidaristica della "rivoluzione
culturale" di fine anni Sessanta veniva accantonata, lasciando spazio soltanto
all'aspetto cosiddetto libertario, il quale aveva già messo in crisi durante gli anni
Settanta quei valori che erano alla base della società civile del nostro Paese, valori
ritenuti oramai un ostacolo alla piena realizzazione dell'individuo. Negli anni Ottanta,
tale concezione della libertà degenerava nell'individualismo più sfrenato, senza alcuna
considerazione per il prossimo, visto come uno scomodo concorrente. Proprio come le
precedenti rivoluzioni egualitarie erano svanite nei dispotismi, l'azione collettiva del
Sessantotto italiano tramontava nel rampantismo stile anni Ottanta. Cosa è rimasto di
quel decennio? Basta che ci guardiamo un attimo intorno per avere la risposta... e non vi
è affatto da star tranquilli.
Propongo di riscoprire la sobrietà, la riflessione, l'umiltà e quei valori con la
"V" maiuscola sui quali ogni società umana è necessario che si fondi: non
siamo figli del caos! |