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  Riflessioni...

di   Eugenio Marcucci

 

Quando, sui giornali, è comparso per la prima volta il termine "eterologa" per definire un sistema di inseminazione artificiale, tutti, fatta eccezione per gli specialisti della materia, si sono chiesti: che sarà mai?
Quella misteriosa parola indicava, e indica, la fecondazione che avviene con il seme di un donatore generico e anonimo. Non, quindi, all'interno di una coppia seguendo, sia pure con il soccorso della scienza, la via "naturale" (o "omologa"), ma con un contributo "esterno", di qualcuno non meglio identificato che deposita quel che deve a una "banca" e poi scompare.
Può accadere, così, che quel seme venga distribuito a un numero imprecisato di donne e faccia nascere un numero imprecisato di figli.
Che cosa accadrà quando i figli, generati in questo modo, diventeranno grandi? Fratelli e sorelle senza sapere di esserlo, potranno perfino sposarsi fra loro.
E', questa, la conseguenza più incredibile, e aberrante, della inseminazione eterologa e spiega perché in Parlamento vi sia stata, sul tema, un'aspra battaglia. Si sono confortate due concezioni opposte e assolutamente inconciliabili della vita e della morale. Da una parte, i sostenitori della libertà a oltranza, per i quali tutto deve essere accettato, anche i figli delle coppie gay. Dall'altra quelli che non vogliono consentire alla scienza di superare ogni limite calpestando le più elementari norme morali.
Il desiderio di maternità (e di paternità) è proprio della natura umana; va compreso, rispettato e favorito. Ma non a tutti i costi, passando sopra anche a conseguenze come quelle descritte. Vi sono altre vie, come l'adozione, che possono essere percorse.
Il nostro paese, dicono le statistiche, è a "crescita zero", cioè le nascite pareggiano le morti e le famiglie numerose sono un ricordo d'altri tempi. Non si capisce, allora, come mai perfino le coppie gay aspirino a mettere al mondo dei figli. E' una delle tante incongruenze di questa epoca così confusa e contraddittoria.


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