La prima lettera
ai Tessalonicesi, capitolo 4, versetti 13-18, affronta un problema che si ripropone in
altre lettere paoline e che è sempre di estrema attualità: che cosa c'è dopo la morte?
che cosa ci attende? il nostro corpo è destinato ad appartenere in maniera definitiva
alla terra?
Nella nostra cultura la questione sembra accantonata, anche se riaffiora in certe dolorose
circostanze della vita o a contatto con popoli che hanno viva, sebbene espressa in forme
diversificate, la consapevolezza della sopravvivenza dell'uomo.
San Paolo dà un fondamento solido al suo messaggio: "Noi crediamo che Gesù è morto
e risuscitato" (v. 14). E' la fede cristiana!
E' un controsenso dirsi cristiani e poi affermare che "dall'al di là nessuno è mai
tornato". Si è cristiani proprio perché si crede che Gesù, il crocifisso, sepolto
nel luogo del Calvario, è risorto dai morti. Altrimenti sarebbe vano, vuoto, senza senso
essere e dirsi cristiani e continueremmo ad essere stabilmente schiavi del peccato, senza
alcuna via d'uscita. "Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di
coloro che sono morti. Poiché, se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo
verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti
riceveranno la vita in Cristo" (I lettera ai Corinzi 15, 20-22).
E' questo che noi crediamo; è questo che noi annunziamo; è questo che ci dona speranza
di fronte al mistero della morte. Perciò non possiamo affliggerci "come gli altri
che non hanno speranza" (I Tessalonicesi 4, 13).
Ecco una testimonianza, raccolta nel libro di Luigi Accattoli "Nuovi martiri",
pag. 205, riguardante Attilio Martinetto, finanziere piemontese di anni 23, militante
cattolico della Resistenza. Arrestato nel novembre 1944 a Cuneo e fucilato il 25 aprile
1945, prima di morire scrive questa bellissima lettera d'amore alla sposa:
"Amore mio diletto, promettimi di essere forte! So quello che mi attende domattina,
ma sono forte per il vostro ricordo; so che pregherete per me; per parte mio offro il mio
sacrificio a Dio per la felicità di voi tutti, in particolare per te, o Anna Maria cara,
perdonando ai miei carnefici che mi portano alla morte con le sole prove che hanno voluto
raccogliere... Come tante volte ti dissi, desidero che non portiate lutto per la mia
morte; ricordatevi che anche dopo sarò tra voi. Nella tua ultima mi esortavi ad avere
fede in Dio; non credi quanto mi senta vicino a Lui in questi momenti.
Amore mio, ti ho sempre amata tanto, tu lo sai; ora ti amo più che mai perché ora
maggiormente si accostano i due amori, per te e per Dio. Anna Maria, forse dirai che
potevo ben dirti altre parole di maggior conforto, lo so; ma quale conforto può essere
maggiore per te, se non sapere con quanta serenità tuo marito si prepara a veder
Dio".
Certo questo può apparire assurdo. Ma, se crediamo nel Dio "amante della vita",
se crediamo in Gesù morto e risorto, se crediamo che abita in noi lo Spirito Santo
"che è Signore e dà la vita", non possiamo guardare alla morte che come ad una
"porta" attraverso la quale si entra nella "vita vera", vita piena che
non tramonta.
Noi cristiani chiamiamo "paradiso" l'al di là, oltre la morte, e l'abbiamo
spesso pensato come un luogo non facilmente identificabile e descrivibile. In realtà, il
termine indica più che un luogo, una condizione di vita felice. Paradiso significa
giardino e richiama il 2° capitolo della Genesi, dove si parla della familiarità
dell'uomo con Dio e della felicità dell'uomo che vive in piena armonia con il creato.
Ecco, allora, possiamo descrivere così ciò che ci attende dopo la morte:
- la piena e beatificante familiarità con Dio
- la perfetta armonia con il creato e del creato
- una stupenda relazione di amore con tutti
- il pieno equilibrio della nostra personalità.
E' una prospettiva affascinante, ma anche un impegno, perché il paradiso dobbiamo
cominciare a costruirlo fin d'ora. Questa è la volontà di Dio il quale
- fin d'ora ci offre la sua amicizia e ci comunica la sua vita
- fin d'ora ci chiama a sviluppare il meglio di noi stessi per comporre in equilibrio la
nostra persona
- fin d'ora ci sollecita a creare rapporti fraterni con tutti come veri costruttori di
pace
- fin d'ora ci spinge al rispetto e al corretto uso del creato.
Il pensiero dell'al di là non solo non distoglie dall'interesse per l'al di qua, ma
costituisce una ragione in più (per i cristiani una ragione decisiva) per affrontare la
vita di ogni giorno con grande impegno e viva speranza.
"Confortatevi, dunque, a vicenda con queste parole" (I Tessalonicesi 4, 18). |