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FORTEZZA O PALOMBARA SUL TERRENO BARBANTI?

 

Un manoscritto di memorie locali in parte inedito del secolo XVII, tra altre notizie riporta che "in una località chiamata Fonte di Sambuco si vedeano verso il fiume Cesano molte torri, le quali secondo che dice Flavio Biondo da Forlì, non si edificavano se non per li palombi, o piccioni in luoghi selvati, sicché può congetturarsi che sino a questo dilatavasi quel bosco, che dava comodità a persone facinorose di fare assassinamenti".
Una di queste torri, che ritiene tuttora il nome di colombara, è di proprietà della contessa Rosalba Barbanti Tommasi Amatori, moglie del celebre prof. Pietro Scarpellini docente all'Università di Perugia. Entrambi stanno riportando alla luce la torre, alla quale sono stati aggiunti, a destra e a sinistra, due fabbricati in laterizi.
La torre è tutta in pietra levigata, ed alcuni conci presentano il bordo liscio alla eugubina. Vi sono alcune monofore a strombatura, un portale gotico ben conservato, e vasti ambienti che non subirono trasformazioni. Il manufatto è del secolo XIII, coevo alla fondazione di Pergola.
Il manoscritto, dopo aver trattato dell'origine del convento degli Agostiniani, così continua: Viene intitolato il Priore di questo Convento "Abate" di una chiesuola posta non molto lontano da questa Terra, oggi chiamata S. Feliciano. Anticamente però veniva detta "La Maestà del Territorio di Fonte Sambuco" per esservi d'intorno a questo luogo in quel tempo molti sambuchi, ed a mio parere questo luogo era un bosco, nel quale perché forse vi era una buona quantità di queste piante di sambuchi, perciò davasi il nome a tutto questo luogo.
Anche il dotto Padre Torelli, autore del volume Secoli Agostiniani, riporta quanto segue a pag. 383: Anno 1401. Essendo stato donato in quest'anno medesimo da certi laici del Castello della Pergola nella Diocesi di Gubbio ai frati del nostro Convento un Oratorio dedicato a Maria sempre Vergine, e un Ospitale per i Poveri, situato in un luogo chiamato "Arimo di Fonte Sambuco" fuori del mentovato Castello, con la riserva però del Juspatronato e con altri patti altresì, fu la detta donazione nello stesso anno confermata dal Sommo Pontefice Bonifacio IX, con una sua Bolla data in Roma appresso S. Pietro del 7 Gennaio, anno XII del suo pontificato, e questa si conserva nell'archivio del convento della Pergola.
Simile notizia è riportata anche dal celebre Padre Herrera, autore delle vicende storiche dell'Ordine Agostiniano, in lingua latina (p. 310-311).
L'Oratorio e l'Ospizio per i Poveri, erano di proprietà, sin dal secolo XIII, della nobile ed antica famiglia Mochi di Pergola, estintasi nel secolo scorso. L'Juspatronato terminò nel 1750, quando gli amministratori comunali decisero di demolire la chiesa, poiché essa intralciava il traffico di carri e barrocci, trovandosi al centro del trivio per la via del Chiocco dove c'era un molino per cereali. In sostituzione, doveva essere costruito altro tempio in luogo diverso, con la spesa di scudi 84, ma non fu realizzato, e sul luogo fu innalzata una piccola piramide, che i pergolesi ornati di una veneranda canizie, ricorderanno certamente, poiché eliminata nel 1930 circa, per costruire il fabbricato dell'attuale "Liceo Scientifico Raffaele Piccinini".
Il manoscritto indica torri per attirare i palombi, ma la dotazione di monofore fa supporre che in periodi di assalti nemici alla città, il fabbricato sia stato utilizzato come torre di avvistamento e difesa, in considerazione anche della presenza di feritoie verso la parte dove il nemico poteva dare l'assalto alla città.
Poco dopo l'edificazione dei primi quattro quartieri di Pergola (dal 1234 al 1240-50 circa), il centro urbano subì assedi e devastazioni frequenti da parte di Compagnie di Ventura, assoldate per la secolare rivalità tra i Montefeltro ed i Malatesta signori di Rimini, Fano e della vallata cesanense. Non è quindi da escludere che la colombara, in determinate funeste circostanze, sia stata utilizzata come fortezza.
In epoche successive, furono aggiunti i due fabbricati laterali. Uno di essi risale al `700, fatto costruire dalla famiglia Simili e adibito a filanda, attiva ed operosa sino alla fine del secolo scorso. Sino a qualche decennio fa erano visibili le bacinelle centrali per le caldaie, ed altri elementi per l'industria della seta.
Anche dalla parte opposta, fu innalzato altro fabbricato per accogliere famiglie di lavoratori agricoli, addetti al lavoro dei campi circostanti. Essendo stati eseguiti già alcuni lavori, è visibile la volta della stalla per i buoi.
Non sappiamo per quanti secoli fu attivo l'Ospedale per i Poveri citato nei documenti. Per tradizione sappiamo che il luogo ora descritto, fu utilizzato quale lazzaretto negli anni 1855-56 durante l'epidemia di colera nella nostra città e luoghi circonvicini, provocando morti e desolazione, nonché abbandono della propria dimora per luoghi più salubri, da parte di Autorità locali e cittadini.
L'illustre storico pergolese dott. Luigi Nicoletti, così sintetizza la funesta epidemia del 1855:...Nel luglio si ebbero i primi casi, ai quali con un crescendo spaventevole, tanti altri ne seguirono. In mezzo a tanto spavento, una Commissione di giovani, nominata dal gonfaloniere Secondo Domenichelli, rimase ferma a compiere il suo dovere; mentre grande zelo nel curare, nel soccorrere i colpiti dal morbo, dimostrarono anche i dottori Isidoro Barla (di Carcare) e Domenico Tonelli (di Urbania), il governatore Secondo Gramacci, lo stesso Domenichelli nonché tre monaci cappuccini. E se taluno cadde vittima della sua abnegazione, la storia lo riconosce però per eroe, e fra i primi furono Leonardo Crosara e fra Felice da Macerata.
Il ripristino della fortezza dugentesca comporta ingenti spese. Esprimiamo la più viva gratitudine dei pergolesi ai generosi coniugi Scarpellini-Barbanti, per aver restituito alla città un fabbricato integro, l'unico ben conservato che risale alla edificazione della nostra amata città natale. Anche i due manufatti laterali, essendo fatiscenti, comportano onerose spese. L'intera area circostante suscita commozione e venerazione e va ricordata negli annali pergolesi, poiché per secoli fu luogo di culto, accolse indigenti e diseredati, per due secoli fu fonte di benessere cittadino, e per essere stato luogo di sofferenze e di dolore, dove concittadini volontari attuarono i loro princìpi di solidarietà umana, fulgido esempio di fraternità per le presenti e future generazioni.

Sandro Sebastianelli     

    

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