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L'UOMO COME UN VIRUS?

 

"Vorrei rinascere virus, per alleggerire il carico demografico sul pianeta": questa affermazione che si commenta da sola non è rara in certi ambienti ecologisti.
Ultimamente un libro di testo per le scuole medie superiori, scritto da Autori Vari ed edito da Italo Bovolenta, dà l'impressione di muoversi nella stessa direzione, paragonando la crescita demografica mondiale alla diffusione dei germi nel corpo umano: l'antidoto quindi non potrà che essere l'arresto della crescita di tali organismi, altrimenti sarà la fine. Tale citazione è denunciata in un articolo di Luigi Dell'Aglio, dal titolo emblematico "Un virus nei manuali", pubblicato su Avvenire (Agorà) lo scorso 17 agosto, in cui si espongono i risultati di una ricerca condotta sui nuovi libri di testo da parte degli studiosi Andrea Bartelloni ed Emilio Brogi, i quali mettono in risalto anche altri casi di disinformazione proposti tuttavia ai nostri studenti come verità scientificamente provate, con tutte le possibili conseguenze che ne deriverebbero.
Riguardo alla crescita demografica, questa non è affatto un problema così allarmante come molti lo presentano: infatti, evidenziano gli studi di settore, nel caso si riduca la povertà degli individui sottosviluppati, i quali sappiamo rappresentano ben l'80% della popolazione globale, essi diverranno più responsabili nel procreare, contribuendo così a contenere la crescita demografica. Tale fenomeno si è già verificato nel nostro Primo mondo negli ultimi secoli contestualmente all'aumento del reddito pro-capite. In sostanza: solo dopo la consapevolezza della riduzione del tasso mortalità, dovuta al miglioramento delle condizioni generali di vita, si potrà avere un fisiologico calo in quello di natalità.
Vi sono peraltro grandi aree (non desertiche e non forestali) che ancora non sono state messe a coltura e che quindi possono essere utilizzate per dar lavoro e sostentamento a molti abitanti del posto, senza generare danni rilevanti all'ecosistema. Da segnalare in tal senso anche il dato statistico per cui metà della popolazione globale risiede nel Sud-Est asiatico, nella penisola indiana e nell'Europa occidentale: queste tre zone rappresentano per estensione solo il 5% delle terre emerse.
Tuttavia, nonostante l'apparente decolonizzazione avvenuta dopo il secondo conflitto mondiale, il Sud del mondo continua ad essere sfruttato dai poteri capitalisti del Nord con il solito pretesto della riduzione dei costi di produzione, arrivando così a privare le popolazioni locali anche dei beni necessari per il sostentamento.
Mettiamoci poi le nuove biotecnologie applicate all'agricoltura, capaci tra l'altro di privare le già fragili economie del Terzo mondo anche di quel poco di attività produttiva che ancora possono esercitare.
Riguardo sempre ai paesi sottosviluppati, occorre inoltre evidenziare che proprio laddove sono all'opera i missionari cattolici - i quali promuovono la procreazione responsabile - è stato constatato un minor tasso di natalità rispetto alle altre comunità in cui si vive ancora tra culti tribali e animisti.
Ritornando al discorso dell' "uomo-virus", viene subito da pensare - proprio come sostengono i prima citati Bartelloni e Brogi - ad un altro caso di evoluzionismo darwinista portato all'estremo.
Occorre tener presente che Darwin coniò la sua teoria per soddisfare i potenti della propria epoca, proponendosi di dare giustificazione "scientifica" a quella fredda selezione operante nell'economica capitalistica inglese nel XIX secolo, per cui le imprese che generavano meno profitti sarebbero state spazzate via per lasciar spazio a quelle più efficienti, capaci, si diceva, di garantire ai consumatori il "migliore" dei mondi possibile. Anche il colonialismo, comportante lo sfruttamento economico dei popoli tecnologicamente rimasti indietro, fu allo stesso modo definito "naturale".
La teoria darwinista sarà poi chiamata in causa anche nel XX secolo da altri -ismi per presentare come inevitabile il crimine sistematico, in attuazione o del principio di una presunta superiorità razziale da una parte, o di una presupposta superiorità di classe dall'altra.
Ai nostri giorni l'evoluzionismo continua ad essere ancora richiamato per proporre quel nichilismo attaccante ogni valore morale, etichettato di conseguenza come "retrogrado".
L'ipotesi darwinista è presentata in quasi tutti gli odierni libri di testo come scientificamente provata nonostante ancora non si sia stato trovato l'anello congiungente la scimmia all'essere umano. Infatti, 40.000 anni fa si estingueva l'Homo di Neanderthal e, 20.000 anni or sono, compariva inspiegabilmente l'Homo Sapiens (cioè noi), con un vuoto quindi di altri 20.000 anni privi del fatidico elemento collegante. E' stato in proposito diffuso il falso di Piltdown, successivamente smascherato.
Occorre riconoscere tuttavia l'uscita di alcuni testi i cui autori espongono i limiti dell'ipotesi di Darwin. A mettere in discussione tale teoria non sono solo coloro che vengono chiamati, spesso dispregiativamente "creazionisti", ma anche scienziati positivisti che, notando come il darwinismo presenti delle lacune nello spiegare i vari stadi dell'evoluzione, ritengono razionale cercare nuove ipotesi per la spiegazione dell'evoluzione della vita sulla Terra. Si parla di una buona metà di accademici americani confutanti l'evoluzionismo e vi sono dibattiti al Massachusetts Institute of Tecnology e sulla Boston Review.
E se vogliamo al limite scomodare la Fede, tenuto presente che l'effettiva dimostrazione dell'ipotesi di Darwin non potrà mai essere razionalmente strumentalizzata per confutarla, citiamo questa dichiarazione di Isaac Singer, vincitore del Nobel nel 1978:
"Parecchi pensatori hanno attribuito al cieco meccanismo dell'evoluzione più miracoli e prodigi di quanti ne abbiano mai potuti attribuire a Dio tutti i teologi del mondo".
E che Iddio - ma ciò richiede anche la nostra collaborazione - ci salvi dai virus nei manuali.

Marco Cingolani   

   

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