Sabato, 19
agosto, alle ore 18,30, nel Museo dei Bronzi Dorati di Pergola, è stata aperta la mostra:
"Walter Valentini nei canti di Giacomo Leopardi". Erano presenti: il
Sindaco Dario Conti, l'Assessore alla Cultura Armando Roia, il Direttore del Centro
Nazionale "Studi Leopardiani" On. Franco Foschi, personalità della Regione, il
Presidente della Provincia Palmiro Ucchielli, un folto gruppo di colleghi e di amici
dell'Artista, venuti da Urbino; notevole la partecipazione del pubblico pergolese che ha
voluto salutare il proprio illustre concittadino, ormai celebre in tutto il mondo.
La mostra, a cura di Sandro Parmeggiani di Reggio Emilia, rimarrà aperta al pubblico fino
al 7 gennaio 2001.
Non è certo questo il luogo per parlare dell'opera artistica del nostro Valentini. Del
significato "delle sue elaborate e complesse composizioni spaziali" hanno già
parlato tantissimi critici e tutti con maggior competenza della mia. Mi limiterò a dire
che il suo rapporto con Urbino, città d'arte rinascimentale, e la sua frequenza alla
Scuola del Libro, gli hanno inculcato una visione dell'Arte inquadrata in forme
geometriche rigorose ed armoniche, entro le quali, questo poeta dello spazio, ha saputo
esprimere pensiero e fantasia, realtà e sogno.
A me piace rilevare che egli non ha tradito la sua iniziale vocazione: né la carta, né
il libro; alla tela e al pennello, ha preferito il foglio e l'incisione.
Proprio da questa sua preferenza sono uscite le illustrazioni che hanno impreziosito
cinque grandi opere come: "La Città del Sole" di Tommaso Campanella (1987); i
"Canti di Leopardi" (1989); "Dante Anarca e i suoi maestri" di Giacomo
Oreglia (1990); "La notte viene col canto" di Mario Luzi (1992); "Galileo
Galilei, lettere" (1998).
Le illustrazioni non sono, come ci si potrebbe aspettare, sulla falsariga di precedenti
esperienze illustrative, una interpretazione dei contenuti descritti nel testo poetico.
Valentini esprime il mondo dei suoi sentimenti, come una testimonianza del nostro tempo.
La sua è una ricerca di perfezione fatta di luce, di spazi, di linee, di cerchi, di
figure geometriche entro le quali quel poco di materia che appare tende a disgregarsi, a
decomporsi: è, forse, il segno della precarietà della nostra effimera natura umana di
fronte all'eternità siderale, o, come uomo del nostro tempo, la denuncia dello
sgretolamento di tanti valori nella nostra età?
Non mi pare di cogliere tuttavia l'impressione di una rinunzia alla perfezione, alla
ricerca di spazi infiniti, ad una ricerca dell'Infinito.
L'Esprit de géométrie, di pascaliana memoria, nell'arte di Valentini, lascia un
ampio spazio all'Esprit de finesse, al sentimento, all'intuizione, alla poesia di
uomini eccelsi come Dante, Leopardi, Luzi.
Non posso fare un torto all'Amico nel riportare gran parte del suo breve, ma pregnante
intervento, tenuto durante l'apertura della mostra. Da questo passo il lettore capirà
meglio le motivazioni ideali profonde che lo hanno impegnato in questo lavoro.
Ascoltiamolo:
Probabilmente le "Vaghe stelle dell'Orsa", hanno fatto sì che, in una chiara
notte di agosto, un artista e un editore si incontrassero e che, dal loro incontro,
nascesse, non un libro, ma un'idea di libro: che dallo studio della copertina, all'uso del
carattere, dalla ricerca della carta, alle tavole incise, nascesse un'opera sull'opera. Da
qui, i "Canti di Giacomo Leopardi", nelle edizioni "Unaluna".
Lo confesso: non è stato semplice accostarsi al poeta. Rifuggiva da me l'idea di
realizzare, semplicemente, un'incisione per impreziosire il libro; mi interessava, invece,
cogliere l'aspetto del poeta che mi ha sempre coinvolto e affascinato. Non ho accettato
l'immagine ricorrente sul suo cupo pessimismo, ma sono voluto entrare dentro la sua
stupefatta meraviglia per un mondo luminoso e solare. Non ho seguito, quindi, il poeta
nella penombra del suo studio "tra le sudate carte", ma ho guardato alla sua
tensione filosofica, al suo sentimento di infinito, alla sua dimensione cosmica.
I cieli di Leopardi, i cieli marchigiani che io conosco bene perché appartengono alla
terra dove sono nato, mi hanno trasportato dentro un sogno visionario, dentro un'idea di
spazio finito e infinito, fisico e metafisico, dentro un'idea di universo.
Scrive il poeta: "Veggo dall'altro fiammeggiar le stelle".
E ancora: "Che fai, tu, luna in ciel, dimmi che fai?".
Sono stato condotto per mano dal poeta, e così ho scoperto il firmamento con le sue
presenze enigmatiche, quel senso di solitudine dell'universo; ma anche l'uomo che si
interroga sulle stelle, sui pianeti e sul loro "corso immortale". Ma, come dice
ancora Leopardi: "Ecco il sol che ritorna, ecco sorride".
Passata è la tempesta... e il cuore si apre di nuovo alla Speranza.
Lasciamo che sia Leopardi a tirare le conclusioni:
"...Così, tra questa Immensità s'annega il pensier mio:
E il naufragar m'è dolce in questo mare". |