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Il paese delle querce

 

La quercia, questo monumento della natura un tempo consacrata a Giove per la sua maestosità e la saldezza del suo tronco, regna ancora nella fascia appenninica. Nel paesaggio marchigiano può esser considerata il simbolo regionale.
Se vogliamo parlare della quercia, allora è bene presentarla un poco descrivendone i suoi aspetti.
E' un genere di 450 specie di alberi e arbusti sempreverdi e a foglie decidue, rustici. Le specie sono molto longeve, le foglie hanno forma variabile. In autunno quelle di alcune specie possono assumere colori molto ornamentali (rubescens).
I fiori femminili sono generalmente insignificanti, verdi; i fiori maschili sono gialli, riuniti in amenti penduli, lanuginosi.
frutti delle ghiande sono acheni avvolti parzialmente da una cupola liscia o spinosa. La maggior parte delle specie ha le foglie decidue. La pianta della roverella ad esempio, con le sue ghiande, è stata scelta per l'alimentazione dei suini; querceti di ghianda sono ancora diffusi nella Maremma toscana e nel Meridione.
Del resto la paleontologia ci ha indicato che le ghiande erano mangiate dagli uomini primitivi e, secondo la storia, utilizzate in tempi di guerre e di carestie.
Sulla architettura vegetale del paesaggio marchigiano regnano le grandi querce, che da tempo sono state tutelate da leggi severe sia regionali che nazionali, allo scopo di garantirne la sopravvivenza.
La flora marchigiana però ha subito nella fascia collinare la perdita dei boschi di querce, di carpini, di ornelli che coprivano buona parte delle colline, per creare lo spazio dei prati e dei campi da coltivare a grano o ad altre colture.
Il Quercus cerris è la specie di quercia più diffusa nei boschi dell'Appennino, in particolare nel Carpegna, ed è apprezzato per la rapidità di crescita, per l'adattamento all'ambiente e la protezione che offre contro l'erosione del terreno. Le sue ghiande contengono molto tannino, per cui sono poco appetite dai suini. Si apprezzava di questa specie il fatto di ottenere in poco tempo legna da ardere e carbone.
L'eccessivo sfruttamento dei cedui, unitamente alla povertà dei terreni in cui la specie spesso vive, hanno causato la degradazione di molti boschi di roverella che sono ridotti, allo stato attuale, a cespuglietti diradati.
Le querce che ancora vediamo lungo i margini delle strade o presso le case di campagna, sono insidiate non solo per mano dell'uomo, ma anche da malattie non facilmente curabili come l'oidio, che copre di macchie biancastre i germogli e le pagine superiori delle foglie; inoltre c'è l'annuale ricomparsa di un parassita, la larva delle processionarie, che si nutrono delle foglie provocando gravi defoliazioni. E ancora, tra le erbe parassite, ecco l'edera che si avviluppa al tronco fino ai rami più alti, soffocandoli lentamente e costituendo per loro uno dei più alti rischi.
Quando le campagne erano abitate e le querce erano utili per gli animali, i contadini liberavano i forti fusti dai loro nemici parassiti e le piante a poco a poco riprendevano il loro vigore.
Tutto ciò avveniva non molti anni fa, ma si potrebbe ripristinare questa azione difensiva a favore delle nobili querce, azione che le tutelerebbe ancora e assicurerebbe la loro sopravvivenza.
Da parte delle associazioni ambientali, delle autorità competenti, dei cittadini stessi, di quanti amano la terra e ammirano il grande albero generoso e forte che un tempo aveva rischiato di scomparire, giunga uno sforzo di volontà e determinazione, con un programma preciso teso a salvare dall'abbandono questi nobili ed elevati esemplari, dal profilo alto ed espanso, grandi serbatoi di ossigeno, che rendono preziose le nostre campagne mentre catturano l'ammirazione e la riconoscenza della gente.
Si riuscirebbe a conservare una tradizione di natura arborea permettendo a questi giganti vegetali di abbellire la terra e donare salute al nostro habitat naturale.

Giuseppina Bracciocorti      

Un esempio della cura è dato dal Sig. Pedana Gilberto che lungo la strada di Monterolo le ha ripulite dalle edere ridando loro vita e bellezza. Grazie.
 

Sono la fonte del cielo
non seccatemi

Tina Torcellini

 


Acquaforte di Walter Valentini

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