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                   a cura di Giuseppe Milito

"I VECCHI E I GIOVANI"
di Luigi Pirandello (1867-1936)

Parliamoci chiaro: alla fine dell'Ottocento l'Italia somigliava a una immensa fogna dove dilagava la corruzione. Tra malgoverno, scandali bancari e speculazioni edilizie, la parte più debole della popolazione, soprattutto al Sud, era abbandonata a una vita di stenti.
Per Luigi Pirandello le colpe andavano divise tra la generazione protagonista del Risorgimento ("i vecchi") e la generazione successiva ("i giovani").
I grandi ideali, gli eroismi, il sacrificio per il bene comune erano diventati la favola di Biancaneve. Il Risorgimento era stato tradito dall'incoerenza dei "vecchi", che non avevano voluto rinnovare la società italiana, e dalla mediocrità dei "giovani", che forse avrebbero voluto, ma non ne avevano azzeccata una.
Il romanzo è un preciso atto d'accusa rivolto a un governo che pensava solo agli interessi degli industriali e dei banchieri del Nord e trattava il Sud come una colonia.
In quegli anni la reazione a questo stato di cose produsse i Fasci siciliani e le prime agitazioni popolari, ovviamente represse con durezza. Ma, secondo Pirandello, anche il movimento dei Fasci partiva da grandi ideali che non si sarebbero mai realizzati. Un'altra favola di Biancaneve. O di Cenerentola. O della Bella addormentata nel bosco. Dove i buoni vincono e i cattivi vengono puniti.
In realtà, l'esatto contrario succede spesso e volentieri, e per il misero Sud la vita sarà sempre ai limiti della sopravvivenza.
Un pessimismo eccessivo? Forse. Ma, comunque la pensiate, vi invito ad indignarvi per il tradimento degli ideali e per le tante balle che ci hanno raccontato a proposito del Risorgimento.

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