"I VECCHI
E I GIOVANI"
di Luigi Pirandello (1867-1936)
Parliamoci chiaro: alla fine
dell'Ottocento l'Italia somigliava a una immensa fogna dove dilagava la corruzione. Tra
malgoverno, scandali bancari e speculazioni edilizie, la parte più debole della
popolazione, soprattutto al Sud, era abbandonata a una vita di stenti.
Per Luigi Pirandello le colpe andavano divise tra la generazione protagonista del
Risorgimento ("i vecchi") e la generazione successiva ("i giovani").
I grandi ideali, gli eroismi, il sacrificio per il bene comune erano diventati la favola
di Biancaneve. Il Risorgimento era stato tradito dall'incoerenza dei "vecchi",
che non avevano voluto rinnovare la società italiana, e dalla mediocrità dei
"giovani", che forse avrebbero voluto, ma non ne avevano azzeccata una.
Il romanzo è un preciso atto d'accusa rivolto a un governo che pensava solo agli
interessi degli industriali e dei banchieri del Nord e trattava il Sud come una colonia.
In quegli anni la reazione a questo stato di cose produsse i Fasci siciliani e le prime
agitazioni popolari, ovviamente represse con durezza. Ma, secondo Pirandello, anche il
movimento dei Fasci partiva da grandi ideali che non si sarebbero mai realizzati. Un'altra
favola di Biancaneve. O di Cenerentola. O della Bella addormentata nel bosco. Dove i buoni
vincono e i cattivi vengono puniti.
In realtà, l'esatto contrario succede spesso e volentieri, e per il misero Sud la vita
sarà sempre ai limiti della sopravvivenza.
Un pessimismo eccessivo? Forse. Ma, comunque la pensiate, vi invito ad indignarvi per il
tradimento degli ideali e per le tante balle che ci hanno raccontato a proposito del
Risorgimento. |