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L'ultimo festival di Venezia ha consacrato l'importanza di una cinematografia che si è affacciata ormai da diversi anni nella vetrina cinematografica europea: il cinema iraniano.
Il leone d'oro a "Il cerchio" di Panahai può rappresentare anche un premio indiretto al neorealismo italiano degli anni '50. Registi come Kiarostami, Makhmalbaf (padre e figlia) e lo stesso Panahai non hanno mai negato quello intenso legame con il cinema di Rossellini, de Sica, ed in particolare con sceneggiatori come Zavattini fautore del metodo del "pedinamento".
Metodo utilizzato con estrema efficacia proprio da Panahai nel film "Il cerchio": all'inseguimento di nove donne di Teheran; nove storie raccontate senza un vero inizio e senza una fine ma con un unico scopo: descrivere, come se fosse un documentario-dossier, le condizioni della donna in Iran.
Da una donna partoriente quasi ripudiata per aver messo al mondo una bambina a tre ragazze appena uscite dal carcere che non possono neanche passeggiare per strada senza essere accompagnate da figure maschili e cosi via.
Nove storie di solitudine, emarginazione, soprusi, sottomissione come migliaia di storie: donne quasi tutte nelle stesse condizioni socioculturali, quasi tutte condannate ad una pena quotidiana da un bieco fondamentalismo religioso.
Abituati sin dall'inizio ad un cinema semplice, diretto ma sempre politicamente corretto "Il cerchio" potrebbe rappresentare una vera svolta del cinema iraniano.
Con la solidarietà dei suoi colleghi Panahai ha avuto il coraggio di portare a Venezia, di fronte a tutto il mondo occidentale un film denuncia sull'arretratezza del proprio paese. E forse la giuria del festival di Venezia non ha voluto soltanto premiare un film sicuramente molto bello ma forse ha voluto riconoscere in questa pellicola il grido di critica e protesta rivolto al regime teocratico di Teheran.
Roberta Torre dopo il successo di "Tano da morire" ha presentato sempre all'ultimo festival della laguna il suo secondo sogno cinematografico: "Sud Side Stori". Una pellicola piena di colori, suoni; un musical siciliano che racconta la vera storia d'amore tra Romea e Giulietto. Lei una prostituta nigeriana, lui un cantante proveniente dal quartiere più malfamato di Palermo.
In poco più di un'ora Roberta Torre ha realizzato il suo progetto musicale ideato insieme a Nicola Zaccardi. Un tema cantato in tutto il film dal coro di vere immigrate nigeriane. La stessa regista siciliana ha dichiarato: "Uno scontro inevitabile di culture, linguaggi e musiche che nasconde e mostra le difficoltà di ogni integrazione, una storia che prende spunto da un fatto realmente accaduto a Palermo un paio d'anni fa per trasformarlo in una commedia musicale interpretata dagli stessi immigrati arrivati da varie parti del mondo africano".
Maghe e mafiosi, cassate, sindaci e giornalisti: decine di situazioni grottesche e divertenti con le determinanti partecipazioni di Mario Merola e Little Tony in una agguerritissima gara canora. Insomma tanta musica ed un intelligente divertimento in questa Palermo molto barocca, a volte quasi irreale.
Per concludere un altro film presentato alla 57esima Mostra del Cinema di Venezia: "Denti" di Gabriele Salvatores. Liberamente ispirato all'omonimo romanzo di Domenico Starnone, "Denti" è la storia di Antonio (Sergio Rubini) e della sue vicissitudini con i tanti dentisti per farsi sostituire gli strani incisivi che la sua ex amante Mara (Anita Caprioli) gli ha rotto durante una lite.
A volte un noir psicologico, a volte una commedia: Denti - afferma lo stesso regista napoletano - è una storia di crescita maschile, di distacco da radici materne attraverso mutazioni radicali vissute, a nervi scoperti, su un passato di paure e di fantasmi.
Con questa pellicola Salvatores abbandona quasi definitivamente al road movie (quasi fughe) generazionali che lo avevo reso celebre facendogli anche vincere un oscar con "Mediterraneo". Da ricordare la presenza di un ottimo Paolo Villaggio.

R. M.      

 

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