Alcuni giornalisti hanno sostituito il verbo straripare, vecchio e adusato, con
esondare, che ha un suono molto più armonioso.
Così i corsi d'acqua non straripano più, ma esondano. E' l'unica cosa cambiata nei
ricorrenti dissesti idrogeologici.
Quasi tutti gli anni, d'autunno, fiumi e torrenti trascinano via un pezzo d'Italia,
seminando devastazione e morte e annientando, nei gorghi e nella corrente, ponti, strade,
case, ferrovie e quant'altro. E annichiliscono il lavoro dell'uomo e le sue speranze.
Quasi tutti gli anni, d'autunno, si assiste all'evacuazione di interi paesi, con vecchi
aggrappati alle scale dei vigili del fuoco e dolenti moltitudini di senzatetto.
Si respira dolore e angoscia per quelle acque vorticose che trascinano via speranze e
destini, mentre nereggiano e rigurgitano di melma sotto le arcate dei ponti, ostruite da
alberi sradicati con irrisoria facilità.
E allora s'impreca contro il destino cinico e baro e le calamità naturali.
Ma quali calamità naturali? La calamità peggiore è, quasi sempre, l'uomo stesso e i
disastri dipendono quasi sempre dalla sua azione dissennata.
Dissennata e avida: per recuperare alla coltivazione fazzoletti di terra, si comprimono
fra il cemento i corsi d'acqua, si sottrae il loro spazio, se ne modifica il corso,
eliminando anse e ramificazioni in modo tale che durante le piene le acque sono più
veloci e vorticose.
E quindi più distruttive.
"Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?", dice Dante nel Purgatorio.
C'è una legge del 1994 sulle fasce fluviali, la legge Cutrera, che stabilisce un margine
di rispetto di 150 metri.
Ma chi la rispetta? Chi la fa rispettare?
Si permette di edificare vicino agli alvei, si tollera l' abusivismo al punto da
consentire la costruzione dentro il letto dei fiumi, come a Soverato in Calabria e
altrove.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Sotto la spinta delle emergenze sono
aumentate le difese cementizie e la costruzione di argini colossali che molto spesso hanno
accresciuto di gran lunga il rischio.
In altre parole, la natura è stata indegnamente violentata e stravolta.
Se non si vuole tutti gli anni, o quasi, piangere vittime e lamentare danni, la strada da
percorrere è una sola, lunga, impervia e impopolare.
Bisogna prevenire il rischio e contenerlo attraverso la riqualificazione ambientale,
restituire lo spazio vitale ai fiumi, impedire ai comuni i loro piani regolatori, spesso
"ad usum Delphini", che insidiano i corsi d'acqua.
Ma sappiamo già che non se ne farà nulla. |