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LA LUCE NELLE TENEBRE

Mi servirò di un quadro per cantare la suggestione di un evento qual è quello del Natale, in una ricorrenza due volte millenaria come quella di quest'anno giubilare. Il nostro giornale lo riporta in copertina.
E' la "natività" dipinta dal francese George de la Tour (1595 - 1652), che di recente mi è stato dato di conoscere. Ci sono rivelazioni artistiche che hanno della folgorazione, tanto sono belle ed essenziali.
Ciò che più ti colpisce alla prima vista del quadro è l'immediatezza di una luce che ti pare di toccare con mano; una luce che, per sé, è riflessa, ma che, di fatto, diventa talmente luce nel bambino, da darti l'impressione che in realtà la luce è lui. E tutto è preso da questa luce, là dove la luce può colpire direttamente, ma anche là dove riesce a far giungere un poco i suoi riflessi. Il resto è buio, duramente buio, nettamente buio. Proprio questo buio, però, ti fa capire cos'è la luce: è verità, bellezza, gioia, vita. "La luce nelle tenebre".
Subito dopo ti tocca la grandezza, la novità dell'"evento". Il silenzio, il silenzio che parla. L'immediatezza di un annuncio che si esprime nel "fatto", nell'avvenimento: "E' nato un bambino". I panni che lo avvolgono sono anch'essi impregnati di luce, ma non di una luce fredda: è una luce che dà, che comunica calore. Senti il bambino caldo, che irradia calore di per sé stesso, come avveniva quando una volta mia madre cavava il pane dal forno e lo avvolgeva in bianchi panni che emanavano umido calore. La vita è amore, diventa trasmissione di amore. Ne è divino strumento la donna; forse per questo nel quadro c'è solo la donna, quella che stringe, materna, appena sfiorando, il bambino, ma anche quella che, celando la luce, scopre il mistero di un bimbo che è luce... E forse per questo nel quadro non c'è il padre, l'uomo. L'uomo è lì, il padre è quel bambino: è il seme da cui nasce la vita.
E un terzo motivo ti coglie: l'estrema semplicità della scena. Non aureole radiose intorno al capo; la bellezza è quella comune, non quella chiassosa, invadente. C'è un'aura di quotidianità, di nitida e calda povertà. Ne senti il profumo nei panni; è casta, serena la scena. E' stanta.
E' il Natale di Cristo, quello di George de la Tour? Io credo di sì. Ma è proprio per questo che ho preferito scrivere tutto con la lettera minuscola, finora, nella convinzione che l'autore abbia rappresentato la Natività di Cristo nella sfera nella quale si è realizzata: quella di una vera, storica umanità. E' la "laicità" cristiana del tardo Rinascimento che ha ispirato quest'opera: un atto di fede nella umanità che il Figlio di Dio ha scelto per sé e fatta sua. Una realtà che si propone, non si impone.
La forza di una Natività che diventa simbolo, lettura, di "ogni" natività. E' nato un Uomo nel mondo!
Allora nel Bambino che dorme un sonno profondo, io leggo Adamo che nel sonno dà vita, dal suo fianco, ad Eva.
Leggo nel Bambino che tace la Parola che si rivela e crea il mondo. Nel buio fitto dei secoli, mentre gli uomini cercano il senso della vita, si accende la Luce che redime e che salva. Le tenebre non l'hanno accolta; ma, per quelli che l'hanno accolta la Luce diventa sorgente di vita.
Questo è il Natale. Questa è la "novità" del Natale. Questa la forza che diventa forza del mondo, la certezza che esplode e vince il dubbio e la paura. E' una vita che vale la pena di pagare anche con il dolore e la morte: "Io ne la bara troverò la culla" cantava un poeta.
Mi è capitato, di recente, di incontrarmi con un amico che stimo, al quale sono grato e al quale voglio bene. Non è un credente. Eravamo insieme a cena, invitati da un gruppo di amici e lui ha parlato, ha parlato per giungere a dire che la vita in realtà non ha alcun senso. Sarò ingenuo, ma a me basta l'umanesimo di un quadro a farmi sentire che la vita non può non avere un senso e che il senso è quello dell'umile, povero Natale cristiano, spogliato dalle tante luci artificiali e dal tanto luccichio di sfarzo e di doni con cui le tenebre cercano di spegnere la sua Luce, la sua Gioia, la sua Vita.
A lui e ai tanti amici simili a lui dirò i versi del poeta Davide Maria Turoldo: "Fratello ateo, nobilmente pensoso...
attraversiamo insieme il deserto,
andiamo liberi e nudi
verso il nudo Essere
e là dove anche la parola muore
abbia fine il nostro cammino".
Sì, perché là finisce la "nostra" parola, ma resta la Parola, il Verbo Incarnato, il Figlio di Dio, fatto uomo per la nostra salvezza: Gesù il Cristo.

Lino Ricci

"La Nostra Valle" vuol giungere in ogni casa del Cesano, a portarvi l'annuncio pieno di gioia e di fiducia: E' nato per noi un Bambino! Buon Natale! Alleluia!

La Redazione


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