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Nella
introduzione agli scritti di San Paolo
si trova la dizione "lettere pastorali",
che comprende le due lettere a Timoteo
e quella a Tito. Viene utilizzato il
termine "pastorale", perché Timoteo
e Tito, discepoli di San Paolo, erano
responsabili (oggi diciamo "pastori")
di comunità. E San Paolo in questi testi
dà ai suoi amici suggerimenti per l'esercizio
del loro ministero "pastorale", perché
il servizio reso ai fratelli e alle
sorelle nella fede sia puntuale ed efficace.
Le comunità cristiane hanno bisogno
di essere organizzate al meglio, per
sostenere i fedeli nel loro cammino
di fede e nel loro impegno di fedeltà
al Vangelo. Il primo destinatario di
questi scritti è, dunque, Timoteo che
San Paolo chiama "mio vero figlio nella
fede" (I Lettera a Timoteo, cap. 1,
v. 2). In realtà l'apostolo lo aveva
incontrato a Listra, in Asia Minore
(attuale Turchia), dove Timoteo "era
assai stimato" (Atti degli Apostoli,
16, 2). Da allora lo aveva preso con
sé, accompagnandolo nella sua formazione
e chiedendone la preziosa collaborazione.
Timoteo è una persona assolutamente
affidabile e San Paolo mostra di apprezzarne
le doti e ne sa valorizzare le qualità.
Al momento in cui viene scritta la prima
lettera, Timoteo si trova ad Efeso,
incaricato da S. Paolo di correggere
le deviazioni dottrinali, che si stavano
insinuando nella comunità. "Partendo
per la Macedonia, ti raccomandai di
rimanere in Efeso, perché tu invitassi
alcuni a non insegnare dottrine diverse
e a non badare più a favole e a genealogie
interminabili, che servono più a vane
discussioni che al disegno divino manifestato
nella fede" (I Lettera a Timoteo, 1,
3-4). Non sembra che questi insegnamenti,
che San Paolo definisce "fatue verbosità"
(v. 6), siano stati veri e propri errori
dottrinali. L'apostolo li considerava
fantasiose speculazioni di ispirazione
giudaica, che ponevano le premesse per
vere e proprie deviazioni dalla purezza
della fede cristiana. Capitava allora,
come può sempre accadere, di perdersi
dietro a riflessioni adatte solo per
"vane discussioni", che distolgono dall'attenzione
al "disegno salvifico" di Dio. Soltanto
la fede è la via idonea per entrare
nella comprensione dei progetti divini
e per esserne fatti partecipi. Notiamo
con interesse il v. 5: "Il fine di questo
richiamo è la carità, che sgorga da
un cuore puro, da una buona coscienza
e da una fede sincera". Tutto deve essere
motivato dall'amore fraterno, che la
correzione e il rimprovero, e tutto
va finalizzato alla crescita dell'amore,
caratteristica propria del discepolo
di Gesù e della Chiesa. Non ci si può
ispirare ad altre ragioni, che non siano
riconducibili alla carità, se si vuol
tenere e seguire uno stile evangelico.
L'amore autentico ha la sua origine
· in un "cuore puro", cioè illuminato
dalla presenza di Dio e non sviato da
intenti egoistici o da secondi fini;
· in una "buona coscienza", formata
dall'incontro con la Parola del Signore
che edifica e orienta nella giusta direzione;
· in una "fede senza simulazioni", cioè
convinta, profonda, solida, che non
ha bisogno di camuffarsi per darsi credito.
Nel v. 7 si può rilevare una forte nota
di sarcasmo da parte dell'Apostolo:
"(Coloro che offrono quei "vani" insegnamenti)
pretendono di essere dottori della legge,
mentre non capiscono né quello che dicono
né alcuna di quelle cose che danno per
sicure". Sono, dunque, maestri ignoranti
e presuntuosi, che osano insegnare ciò
che essi stessi non hanno capito, essendo
incapaci di una seria e corretta lettura
della Bibbia. Timoteo deve essere un
pastore vigilante, capace di valutare
con sapienza ciò che avviene all'interno
della comunità, pronto ad intervenire
per correggere le sempre possibili deviazioni,
disponibile a testimoniare abitualmente
una grande carità. In questo tempo di
Avvento siamo invitati a risvegliare
e ad alimentare l'atteggiamento della
vigilanza: essere vigilanti, stare bene
attenti, saper discernere nella preghiera
i segni della presenza di Dio e gli
elementi negativi, che si riscontrano
nella vita personale e nelle vicende
ecclesiali e sociali. Questa del discernimento
è via obbligata per poter compiere scelte
consapevoli e mature.
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