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Nel
1870, quando la capitale fu trasferita
da Firenze a Roma, il nostro esercito
era ancora la risultante dell'unificazione
di vari eserciti precedenti: quello
piemontese, lombardo, toscano, papalino,
borbonico.
In
un esercito male amalgamato con uomini
di costumi di vita e dialetti differenti,
per lo più livellati su un piano
culturale di semianalfabetismo, le incomprensioni
e i malintesi erano molto frequenti.
I
piemontesi, poi, non meno incolti dei
napoletani, pretendevano di dettar legge,
perché convinti di essere i più
veri e autentici italiani, per essere
stati i soli artefici dell'unità
nazionale.
A
Napoli c'è un reggimento di fanteria
con militari provenienti da tutte le
regioni d'Italia. Il Colonnello e l'aiutante
maggiore, ambedue di Cuneo, avevano
combattuto in Crimea. Per loro la lingua
italiana è il piemontese, anzi
il "cuneese".
Una
mattina l'aiutante maggiore porta la
posta al Colonnello: "Ciarea, sour
Coronel". Saluta l'aiutante.
"Ciarea.
A j' elo calcosa d' neuv?" chiede
il Colonnello. E l'aiutante: "C'è
qui una lettera del Ministero che mi
non capissa!".
"Vediamo",
dice il Colonnello, e legge stentatamente:
"Questo
Ministero desidera che la S. V. gli
faccia la cubatura dell'intero quartiere
e lo spedisca con urgenza".
"La
cubatura? Ch'a l'è costa cubatura?"
si chiede il Colonnello.
E
l'aiutante: "E' propri chel che
non capisso!".
Il
colonnello pensa che si tratti di materiale
assegnato al reggimento e dice all'aiutante
di cercarla sul Registro di caricamento.
Questi va a cercare nel grande registro,
ma non trova niente. Ritorna dal Colonnello
e, per evitare una sfuriata del suo
superiore, avanza l'ipotesi che possa
averla l'ufficiale di massa. Il Colonnello
fa subito chiamare l'ufficiale di massa
che è un napoletano.
Questi
si presenta stanco e trasandato, con
la penna infilzata nell'orecchio destro
e una tunica tutta sudicia e mezzo sbottonata.
Abbozzando una specie di attenti dice:
"Comanda Signor Colonnello!".
"E'
lei che ha la cubatura?".
Il
poveretto pare cadere dalle nuvole:
"Cubatura? Io non ne saccio gnente!".
"Ca
garda ben tra le tue scartoffie!",
gli dice il Colonnello.
"Guarderò
nel Registro 473", risponde l'ufficiale.
"Ca
garda do' ca... veul e poi ch'am la
manda!". E così lo spedisce.
Nel pomeriggio ricompare l'ufficiale
di massa con un gran registro.
"Ebbene!",
chiede il superiore. "Colonnello,
accà nun ce stà gnente!".
E, per evitare una sfuriata si affretta
a dire: "Forse l'avranno le Compagnie;
mi pare che sia stato distribuito qualcosa
l'anno scorso prima delle grandi manovre
e che non sia stata registrata".
Il
Colonnello sta andando in bestia e dà
l'ordine al trombettiere di suonare:
"Ufficiali subito a rapporto!".
In
pochi minuti tutti gli ufficiali, visibilmente
preoccupati, si trovano nella sala riunioni.
Il
Colonnello, scuro in volto, entra con
una lettera in mano e dice senza tanti
preamboli:
"Siccome
il Ministero mi chiede d'urgenza la
cubatura, per domattina alle otto ogni
capitano rimetterà all'aiutante
maggiore la cubatura che ha avuto in
caricamento".
I
dodici capitani si guardano per un momento
in faccia e ammiccano segni strani.
Infine uno di loro, che era piemontese,
si fa coraggio e dice: "Sur Coronel,
mi l'hai gnune cubature!". E tutti
gli altri, facendosi animo: "Mi
gnanca!... Mi gnanca!... Mi gnanca!..."
(Io nemmeno).
Il
Colonnello va su tutte le furie pensando
ad una congiura contro di lui. La sala
riunioni diventa più silenziosa
e più fredda di una tomba. Alla
fine il Colonnello, che aveva visto
l'ufficiale medico arrivare in ritardo,
gli chiede: "E chiel, Dotor, na
salo gnente?".
Il
medico, che non si era reso conto di
cosa si stesse cercando, si fa avanti,
chiede di leggere la lettera che ha
in mano il Colonnello e, man mano che
legge non riesce a trattenere il sorriso.
La sala riprende a rianimarsi. Poi,
rivolto al superiore dice: "Ma
signor Colonnello, il Ministero desidera
la cubatura di tutti i locali occupati
dal reggimento; cioè l'area...
la superficie moltiplicata per l'altezza!
Nient'altro. Tutti tirano un sospiro
di sollievo e il colonnello: "Ah,
l'aria, anlora non la cubatura.
A Roma, san gnanca scariv `l talian!".
Mentre
tutti escono felici di essere usciti
fuori da un incubo, il Colonnello riconsegna
la lettera al Dottore dicendogli: "Ca
risponde ti, anlora, che d'aria
à dev intendesne pi' che mi".
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