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Riflessioni

 
di Eugenio Marcucci

Si dice: siamo entrati in Europa; l'Italia deve essere più europea; il nostro sistema ha bisogno di allinearsi all'Europa.
Che significa?
Che c'è bisogno di un bagno rigeneratore per svecchiare un paese che, rispetto al resto del continente, è rimasto indietro.
Essere moderni, e quindi "europei", non è uno slogan ma un'esigenza vera, per garantire una maggiore efficienza dei servizi e, in genere, una migliore qualità della vita. E per qualità della vita qui si intende una burocrazia meno opprimente, un fisco più giusto, una sanità meglio organizzata, una giustizia rapida e credibile. In poche parole, una macchina statale in grado di corrispondere alle attese dei cittadini.
Se ci guardiamo attorno, lo spettacolo non è incoraggiante. Ogni giorno dobbiamo scontrarci con difficoltà d'ogni genere. Negli uffici sembra che l'impegno principale sia di rendere difficile l'esistenza al primo disgraziato di turno e le semplificazioni, introdotta da quel sant'uomo che è il ministro Bassanini, restano sulla carta.
Ma dobbiamo farci forza. Anche in altre nazioni non sono tutte rose e fiori. Il cammino verso l'Europa è ancora lungo.
A questo punto mi viene in mente l'appello, a suo tempo rivolto da John Kennedy agli americani: "non chiedetevi che cosa l'America può fare per voi, chiedetevi che cosa voi potete fare per l'America". Tradotto in soldoni, il discorso è il seguente: "Lo Stato deve darsi da fare, ma anche i cittadini è bene che si rimbocchino le maniche".
Diventare "europei" è un impegno che riguarda tutti noi. Come? Abbandonando certi vizi antichi che fanno parte del nostro costume, e il più delle volte del nostro malcostume, come le tante furberie di cui spesso andiamo fieri. "Fare il furbo" è una pratica tipica dell'italiano medio che è felice quando può sfuggire alla voracità del fisco, entrare gratis allo stadio, farsi rimborsare dal datore di lavoro una spesa mai sostenuta. Essere europeo significa tener conto delle ragioni degli altri e convincersi che chi grida più forte non ha normalmente ragione. Significa non fare distinzioni fra le persone in base al colore della pelle. E poi ci sono le piccole cose: rispettare senza spazientirsi le precedenze stradali e le file agli sportelli postali e bancari, non scrivere sui muri, non buttare in strada cartacce, buste di plastica o bottiglie vuote di birra e di Coca cola, non decorare con la vernice spray vagoni ferroviari o autobus urbani, evitare che i marciapiedi siano disseminati di residui canini, spegnere il telefonino in chiesa, a teatro, al ristorante.
L'elenco potrebbe continuare all'infinito. Sono minuzie? Forse. Ma la civiltà di un popolo si giudica anche dai comportamenti individuali, dai gesti minimi. A ben guardare, l'oceano è fatto di gocce.

 

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