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Li chiamano, nell'ambiente calcistico, "i passaporti di Topolino"
(chissà perché). Sono
i passaporti falsi che circolano nel
mondo miliardario del calcio italiano.
Non è solo un fenomeno nostrano,
è diffuso in tutta l'Europa calcistica,
ma da noi ha assunto una dimensione
preoccupante, perché rivela l'estrema
facilità con cui in Italia si
violano le leggi.
E' giusto premettere che nel mondo dello
sport c'è molta brava gente che
impegna denaro, tempo, perché
in Italia lo sport sia una cosa seria
e possieda quei requisiti di onestà,
di educazione e di formazione che sono
alla base di ogni successo sportivo,
e servano per una sana competizione
sportiva e per formare uomini e donne
capaci di sacrificarsi e dare esempio
di serietà, correttezza e rigore
morale. Ma sappiamo bene che nella vita
tutto è perfettibile, si può
sbagliare e occorre vigilare, perché
non prevalgano gli aspetti deteriori
dello sport, come di qualsiasi altra
disciplina.
In questi ultimi anni è prevalsa
la filosofia machiavellica del fine
che giustifica i mezzi, specialmente
presso le dirigenze delle grandi squadre,
per cui si ricorre a mille espedienti,
a falsità, ad inganni, a simulazioni
di ogni genere, per raggiungere lo scopo
che è la vittoria finale in Campionato
o in Champions League.
Si è fatto ricorso a documenti
falsi con i quali si riesce a falsificare
i passaporti dei giocatori che in tale
modo da extracomunitari diventano comunitari,
permettendo alle società di schierarne
alcuni in più, falsando così
il dato tecnico delle squadre, rendendo
così irregolari i campionati.
Si mette in moto una organizzazione
internazionale che inventa un nonno
o un bisnonno italiano mai esistito,
che fanno diventare comunitario un giocatore
che è invece extracomunitario.
Sono sufficienti 50 milioni (che sono
una inezia per i miliardari del calcio)
alla persona giusta e la tresca è
combinata. Tutti ne sono a conoscenza,
ma nessuno dice una parole e l'inganno
continua a spese delle piccole società
che non possono permettersi simili raggiri.
La trasformazione dello sport in affare,
la decomposizione del gioco in "business"
ha di molto ridotto la componente divertimento
nell'attività sportiva e non
solo nel calcio. In essa hanno preso
piede tutte quelle manovre che rendono
sgradevoli le competizioni in campo
economico, finanziario e professionale,
fino all'illegalità che pare
ormai dilagare anche nello sport come
in ogni attività dove la ricerca
del profitto diventa premiante.
Allenatori cacciati via dopo la prima
giornata di campionato, partite truccate
in sintonia con le scommesse clandestine,
costituzione di fondi neri ed evasione
fiscale dietro il para vento della compravendita
dei giocatori, doping, violenza sui
campi e fuori.
Per non parlare dei compensi astronomici
che sono devastanti nell'immaginario
collettivo. Si parla di 12 o 16 miliardi
all'anno per i giocatori o allenatori
più prestigiosi, cifre scandalose
in un mondo dove c'è gente che
ha stipendi da fame. E ora siamo alla
falsificazione dei passaporti. Ma il
fatto più singolare è
che i Presidenti di Società,
fautori di queste irregolarità,
vorrebbero scaricarne la colpa su fantomatici
agenti estranei che poi, vai a vedere,
sono stati ingaggiati e stipendiati
da loro stessi. A questo punto dal falso
si cade anche nel ridicolo.
E la Lega che fa? Prende tempo, cerca
attenuanti, invoca amnistie, per cui
come sempre in Italia, quelli che ci
rimettono sono quelli che osservano
le leggi, mentre i cosiddetti dritti,
i furbi, quelli che sanno raggirare
regolamenti e leggi, finiscono col guadagnare
immunità e protezione. Ma attenzione,
il giocattolo potrebbe spezzarsi.
Per fortuna in Europa c'è qualcuno
che si muove: l'Unione Europea è
stanca delle inadempienze e delle falsità
nel mondo del calcio e sta pensando
ad imporre una legislazione sportiva
che impedisca abusi ed evasioni.
Aveva ragione Gino Bartali con la sua
famosa frase "l'è tutto
da rifare".
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