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C'E' BATTAGLIA E BATTAGLIA

 

Accadono fatti di efferata violenza dei quali, nella maggior parte dei casi, sono protagonisti i giovani. Politici, sociologi, filosofi e antropologi si interrogano: sarà colpa della società, della famiglia o della TV? Su di un punto sono quasi tutti d'accordo: c'è una profonda crisi dei valori; i giovani non hanno più ideali in cui credere.
Per una società che ha come unico punto di riferimento il denaro, la cura non è facile da trovare, perché, purtroppo, i valori non si comprano né al supermercato né nella boutique. Per coltivarli, per farli crescere, occorrono anni di paziente e delicato lavoro. Servono terreni fertili, ovvero famiglie che siano esse stesse basate su saldi principi etici e morali.
Ciò non vuol dire che debbano essere famiglie cattoliche, ma che abbiamo come fondamento non un superficiale edonismo ma ideali e obiettivi da raggiungere.
Vi sono valori che la nostra società sta completamente perdendo e che appartengono all'uomo.
Penso ad esempio al valore del lavoro, inteso non solo come strumento per produrre denaro, ma come attività con la quale misurare se stessi. L'uomo, "l'homo faber", del denaro se ne frega. Egli opera per costruire. Spesso si ha invece una visione distorta, si intende il lavoro come un sacrificio, come un' attività che ci fa perdere tempo prezioso, ma che dobbiamo svolgere per sbarcare il lunario. Se questo è il modo di pensare che domina nella nostra società, come potremmo trasmettere ai nostri figli la passione e la voglia di entrare nel mondo del lavoro.
Prendiamo un altro caso: la famiglia. Quale coerenza può trovare un figlio in due persone, i genitori, che hanno scelto di vivere assieme tutta la loro vita e che quotidianamente stanno in casa come estranei, che non si parlano, che non fanno mai progetti comuni e che magri non vedono l'ora di uscire per stare ciascuno per conto proprio.
E' così anche per quanto riguarda la scuola. Spesso i genitori di fronte ai figli criticano i presidi, gli insegnanti, esprimono giudizi imprudenti a destra e a manca. Come possono questi ragazzi sentire l'autorità di chi li educa, con quale spirito affrontano l'impegno scolastico?
Non parliamo poi della TV dove i nostri figlioli sono in balia dei Pokemon e dei Dragonball.
Mi è capitato qualche giorno fa in casa di amici all'ora di pranzo di assistere ad un programma che i bambini stavano guardando. Si trattava di un battaglia tra dei robot telecomandati. Quello che mi ha colpito è che la macchina perdente veniva assalita da altri mezzi, distrutta e data alle fiamme, mentre il commentatore sentenziava: "E' la giusta fine per un mezzo così debole".
Non si pretende, come sarebbe logico, che la televisione in un programma per bambini insegni il rispetto e la necessità di aiutare i più deboli, nemmeno però il gusto di distruggerli e di metterli nel fuoco. Ma erano solo macchine telecomandate! Direte voi. Erano mezzi costruiti per fare quel gioco! Siete proprio sicuri da quella battaglia i nostri giovani non assorbano anche dell'altro?
Ricordo che quand'ero giovane la domenica, all'ora di pranzo, (uno dei pochi momenti nei quali le famiglie stanno assieme) al posto di questi programmi, che comunque istigano alla violenza, si guardava TG l'una, un pacato salotto dove due persone chiacchieravano e mandavano in onda filmati sui costumi regionali, sulla gastronomia o sulla natura. Non credo che nessuno abbia mai impugnato un coltello per uccidere ispirandosi a Romano Battaglia.
Il giornalista che conduceva quella trasmissione aveva, a dispetto del proprio cognome, un'aria placida e sorniona. Al massimo poteva istigarti a mangiare un piatto di tagliatelle in più. Tua madre però aveva salva la vita.

 

Paolo Fadelli

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