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La cucina che si è sviluppata nella nostra regione è simile a quella delle regioni limitrofe Umbria, Romagna e Toscana; in pratica dove la mezzadria è stato il sistema economico dominante in questi ultimi cinque secoli. La terra produceva gli stessi prodotti, allevava gli stessi animali e uguali erano i bovini usati per il lavoro, caratterizzati anche da un denominatore comune costituito dal pregio delle loro carni. In cucina venivano utilizzati gli stessi attrezzi, gli stessi condimenti e le medesime tecniche di cottura. Quindi ricette sostanzialmente identiche, anche se per questioni dialettali, avevano dei nomi diversi. D'altronde in Italia, prima della formazione di una cucina nazionale, esistevano tre grandi aree interregionali caratterizzate da una cucina abbastanza omogenea. L'area del Sud contraddistinta dalla pasta di grano duro, fatta con acqua e lasciata essiccare al sole. Le carni più utilizzate erano quelle ovine e suine, mentre i grassi erano l'olio d'oliva, lo strutto e il lardo di maiale. L'utilizzo del pomodoro e della melanzana, sono stati introdotti in quest'area rispettivamente da Spagnoli e Arabi.
L'area della pasta fresca confezionata con uova e grano tenero è quella che appartiene al nostro territorio, dove le carni più consumate erano gli ovini e i suini, mentre i grassi dominanti erano lo strutto, il lardo di maiale e l'olio d'oliva. La terza area è quella dell'Italia settentrionale, l'area delle zuppe, dei risotti e della polenta. In queste regioni le carni maggiormente utilizzate erano le bovine e le suine, mentre i grassi dominanti erano il burro, lo strutto e il lardo di maiale.
Le caratteristiche fondamentali della cucina regionale sono:
* la sua origine è sempre popolare e familiare;
* è legata strettamente ai prodotti di una determinata area le tecniche di preparazione, sono state tramandate per via orale;
* l'esperienza è stata la tecnica costante, e gli attrezzi usati uguali dappertutto.
La cucina può essere definita chiusa perchè obbligata a conservare e riprodurre ciò che la tradizione ha tramandato, è quindi fatta di ricette fisse e non di tecniche professionali di elaborazione dei cibi. La cucina regionale è una cucina saporosa e varia, che ha costituito la base di partenza per tutte le grandi cucine del mondo, ma che è vera e riscuote il massimo dei consensi solo se degustata nel territorio d'origine.
La regina della cucina nelle nostre terre era chiamata la "vergara", custodiva le chiavi della dispensa , che poi non era altro che una stanza nel seminterrato o a pianterreno dove si custodivano le provviste dell'uomo, uguale alla formica, allo scoiattolo e all'ape.
Una stanza carica di tantissimi odori, con i muri ricoperti di sacchi di patate, di granoturco di noci, di fave, di cicerchia. Dal soffitto pendevano attaccati ai travi le trecce dell'aglio e delle cipolle, dei fichi e dei grappoli d'uva appassite. Negli scaffali recipienti pieni di barattoli di miele, peperoni sott'aceto, la damigianetta della sapa, forme di pecorino e naturalmente la botticella del vino che al giungere dei primi caldi veniva cotto per non farlo diventare aceto.
Del maiale solo il lardo, la parte pregiata andava a casa del padrone, e dal lardo che bisognava razionare per poter svernare, si ricavava tutto il condimento per i piatti della festa.
La vergara è la custode dei beni di famiglia, ci sono bocche da sfamare, il superfluo mai, ma l'indispensabile sempre. Una donna eroica la vergara marchigiana, sul finire del settecento Giorgio Benedettoni traccia un abbozzo d'immagine femminile della zona.
Si legge: "hanno le giovani mediocre venustà. A cagione della loro vita stentata e affaticata negli affari domestichi e ne'travagli anche i più penosi della campagna, assai presto restano le meschine prive della loro avvenenza: non sono giunte alcune all'anno trigesimo di loro età e già i gigli e le rose cominciano ad appassire sui loro volti".
Alla fine dell'ottocento Jacini scrive: "chi visita le Marche è colpito alla vista dei pesi ingenti che le donne di campagna riescono a portare sul capo. Nelle Marche le donne fanno l'ufficio di manovali ai muratori e trasportano in alto i materiali necessari per la costruzione, usando come punto d'appoggio la testa" . Lo Jacini aggiunge che nella zona del Camerte non c'è nessun rispetto per la puerpera che torna al proprio lavoro dopo otto giorni dal parto, con gravi danni e disagi per se e per i figli. Questo comportamento porta ad un invecchiamento precoce. Le donne arrivano precocemente all'età della menopausa e l'aspetto esteriore del corpo femminile è reso scarno dalla mancanza di sali minerali e da una dieta alimentare di sola sussistenza. Non era diversa la condizione in cui versava la donna che viveva nei centri urbani e svolgeva il proprio lavoro all'interno degli opifici jesini o alle cartiere fabrianesi.
A loro erano affidati i lavori più duri, malsani e meno retribuiti. Spessissimo i figli erano condotti sul luogo di lavoro perchè nessuno a casa si poteva prendere cura di loro.
Ecco che tra le due figure sicuramente la vergara di campagna risulta "previlegiata"perché custode e responsabile delle derrate alimentari che costituivano il patrimonio e l'avvenire della famiglia. Ma cosa cucinava la vergara, grano se ne trovava poco e quel poco era caro, il granturco non tutti se lo potevano permettere e allora, per sfamarsi, c'erano le farine di ghianda, misto ai rami teneri della vite e delle vitalbe che venivano messi ad essiccare al forno e poi tritate insieme alle farine, con lo staccio che divideva la parte più grossa da quella più sottile.
Companatico del pane di ghianda erano le erbe selvatiche cotte e saltate, o una manciata di cicerchia lessa. la cicerchia resiste molto bene alla siccità e il suo raccolto è assicurato anche in montagna. Oggi il cece più delicato ha preso il suo posto. Da bere, per dissetarsi, c'era l'acquaticcio.
Si ricavava dalle vinacce, residui dei grappoli d'uva, dopo che è stato tolto il vino fermentato. Va tenuto in debito conto che la spremitura dell'uva avveniva con i piedi, quindi la vinaccia veniva torchiata con i vecchi torchi di legno che, per quanto potenti, lasciavano sempre una parte di mosto nella vinaccia, che successivamente era posta nei tini e ricoperta d'acqua pura nella misura in volume di due parti d'acqua e una di vinaccia. Dopo la fermentazione, "muta e emaciata", si stappava il tino, si passava il liquido per dividerlo dal "cocchione", questo liquido che era l'acquaticcio di colore rosa delicato, spento e smorto dalla lieve sensazione di fresco frizzante. Un dolcificante naturale molto usato al posto dello zucchero è la sapa. Si ottiene in seguito a prolungata bollitura in un caldaio di rame di mosto a fuoco basso. La sapa è pronta quando una goccia sta ferma per la sua densità su un unghia. Da quattro litri di mosto si ottiene normalmente un litro di Sapa.

Massimo Biagiali

 

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