|
Nasce a Roma nel 1852 da
Temistocle e Virginia Cecconi.
IL 26 novembre 1869 il padre lo presenta a
Giovanbattista De Rossi nel cimitero di Callisto
sull'Appia, in occasione della festa di S.
Cecilia. Sua passione l'archeologia cristiana.
Nel 1872 prese parte alle fortunate esplorazioni
del cimitero di Domitilla; la sua prima scoperta
personale fu l'identificazione della cripta
sepolcrale del martire Valentino, al primo
miglio della via Flaminia. Valido aiuto prestò
nell'esplorazione dell'ipogeo degli Acilii
Glabrioni nel cimitero di Priscilla.
Fra le scoperte numerose da lui compiute e
illustrate, sono da ricordare quelle della
cripta dei martiri Marcellino e Pietro sulla
via Labicana, l'identificazione del luogo
dove furono sepolti i martiri "quos Graecia
misit".
Nei cubicoli dinanzi agli arcosoli, ove i
motivi architettonici, le pitture, le sculture,
le epigrafi indicavano la presenza della tomba
di un martire, gli studiosi archeologi Marucchi
ed altri fecero elevare altari, per la celebrazione
del sacrificio della Messa, come avveniva
al tempo delle persecuzioni.
Fu espertissimo in antichità egizie,
in epigrafia, in topografia romana. Illustrò
gli obelischi di Roma e le antichità
di Palestrina.
Insieme con l'Armellini e lo Stevenson fondò
il "Collegio dei cultori dei martiri".
Volle poi che ul suo sepolcro si scrivesse
solo "Cultor martyrum".
Il "Collegio" volle un suo statuto,
la cui stesura fu affidata allo Stevenson
che la scrisse in latino. Quello che diremo
"Consiglio direttivo" (è
interessante conoscerne gli attributi) era
formato dal magistro (presidente), curatores
(5 consiglieri), sacerdos (per il culto),
ab epistolis (segretario), arcarius (tesoriere),
tricliniana (incaricato delle agapi).
Quelle agapi si tenevano spesso in modeste
osterie di campagna, fra le quali quelle sulla
via Appia che fu detta perciò "osteria
degli archeologi". Quei luoghi erano
troppo lontani dalla città, perché
quegli studiosi potessero tornare a casa a
metà della giornata coi mezzi di trasporto
d'allora. A quelle agapi partecipava anche
il De Rossi, il quale fu, per alcuni anni,
"magistro". A lui succedette nel
1897 il nostro Marucchi che tenne la carica
fino alla morte.
Nelle festività di S. Cecilia, di S.
Agnese e di S. Sebastiano gli appartenenti
al "Collegio" passavano l'intera
giornata nelle Catacombe, al suono di dolci
melodie che si rincorrevano da cubicolo a
cubicolo, da ambulacro ad ambulacro, come
voci d'oltretomba inneggianti ai martiri con
le stesse antifone delle antiche liturgie:
"Cantantibus organis" (S. Cecilia),
"Fiat cor meum immaculatum" (S.
Agnese).
Non erano solo italiani gli iscritti al sodalizio,
ma di diverse nazioni europee, uniti nella
stessa fede, mentre le loro patrie si dilaniavano
sui campi di battaglia (1915-18). Nel "Collegio"
e attraverso di esso, il Marucchi riuscì
a condurre alla fede molti e molti giovani
sulla via dello studio e della virtù.
Fu direttore del Museo lateranense, scrittore
della Biblioteca Vaticana, socio di molte
Accademie italiane ed estere, segretario della
pontificia commissione di archeologia, impareggiabile
divulgatore. Nelle sue pubblicazioni (più
di 400) si ammira la chiarezza, l'abilità
dialettica, l'inesauribile erudizione.
Appartenne all'A.C. (iscritto al "Circolo
S. Pietro" nel 1870). Come consigliere
comunale sostenne la necessità del
catechismo nelle scuole della Capitale. Egli
stesso si dedicò a preparare alla prima
Comunione i fanciulli che, lontani dal centro,
non si sarebbero potuti recare in città.
Tenne conferenze al Congresso eucaristico
di Venezia nel 1897 e nel 1894 in occasione
del centenario della morte di S. Filippo Neri,
apostolo di Roma.
E' rimasto famoso il suo discorso per l'inaugurazione
del cimitero teutonico - già circo
di Nerone - all'interno del Vaticano.
Insieme con altri, il Marucchi si interessò
a fondo per il ritorno della croce sulla torre
capitolina e nel Colosseo.
All'apostolato della parola e della penna,
il Marucchi unì quello efficacissimo
dell'esempio: partecipazione inappuntabile
alla Messa domenicale solenne e alle "Stazioni
quaresimali".
Fu anche valoroso apologeta. La scienza archeologica
era per lui valido strumento di difesa contro
gli errori del protestantesimo, specialmente
riguardo al culto della Vergine fin dal II
secolo, al primato del Papa, per essere Roma
la "sedes ubi prius sedit Petrus".
Il Marucchi si rivelò apologeta, specialmente
come giornalista. Non è possibile ricordare
tutte le pubblicazioni quotidiane, settimanali
e mensili che ospitarono suoi scritti pregevoli.
Ricordiamone alcuni: "Gli studi in Italia",
"La Rassegna italiana", periodico
mensile di oltre 150 pagine, "Rassegna
internazionale di scienze sociali", "L'Osservatore
Romano", "Voce della verità",
"Roma e l'Oriente", "Nuova
Antologia", "L'Illustrazione Vaticana".
Nemmeno la biografia fu estranea al Marucchi
che nel 1903 pubblicò quella di Giovanbattista
De Rossi. Di essa si è avvalsa l'Enciclopedia
Treccani, per tracciare un profilo del grande
maestro di archeologia cristiana.
La moglie Giulia Ruggeri gli fu accanto come
un angelo.
Si può attribuire al Marucchi il trinomio:
cristiano, scienziato, docente.
Nel 1905 consegue la libera docenza nell'Università
di Roma.
Sua aspirazione costante fu la pace tra lo
Stato e la Chiesa, e quano - negli ultimi
suoi anni - fu raggiunta, ne godette moltissimo
e sul letto di morte poteva affermare di aver
sempre amato Dio, la famiglia, la patria.
Ebbe da Leone XIII e dai suoi successori fino
a Pio XI vari incarichi di rappresentanza
in Italia e all'estero.
Il Marucchi continuò il suo lavoro
di ricerca archeologica fino alla morte; lo
terminò il 22 dicembre 1930 nella stessa
cripta di S. Cecilia, dove l'aveva iniziato
61 anni prima.
Muore all'alba del 22 gennaio 1931, festa
di S. Agnese. Ai funerali era presente tutta
la Roma colta ed ufficiale.
|