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LO STENDARDO DI S. VITALE DI PERGOLA
Scoperta e risurrezione

Al centro un cavallo vigoroso, morello, che, alzando lo zoccolo destro anteriore e piegando a destra la testa, sembra andare contro vento, su un'altura che, in basso, permette all'orizzonte di essere appena accennato, per lasciare poi campeggiare su un cielo nuvoloso blu scuro, rischiarato da nubi rossastre, un maturo cavaliere, chiuso nell'armatura, che, a capo scoperto, volge in alto il bel volto, appena incorniciato da una breve barba canuta, a contemplare una celeste visione, mentre il manto militare, rosso chiaro, svolazzando nell'aria, sembra impregnato della luce che piove da un varco, al quale si affacciano appena le testine bionde di tre angioli in festa. A destra e a sinistra, inginocchiati, due giovani, l'uno ormai uomo, l'altro ancora adolescente, protesi con il volto, con gli occhi, con gli atteggiamenti delle morbide mani, con tutto il corpo, verso la paterna visione, che li accomuna - come attestano le palme che ciascuno dei tre porta in mano - nella santità e nel martirio: S. Vitale, soldato a cavallo, con Gervasio e Protasio suoi figli.

* Una "scoperta", come vedremo, e una "risurrezione". Parlarne per Pasqua mi sembra legittimo. La Risurrezione del Signore dà luce e senso anche a tutto ciò che, pur rimanendo ancora sul piano puramente terreno, riprende a vivere e a trasmettere il palpito della bellezza e della gioia immortale.
Un concetto, questo della risurrezione, che, dopo il terremoto del settembre 1997, mi sembra di poter applicare a molte realtà pergolesi: palazzi, chiese, vie... Penso alla riscoperta facciata di S. Francesco, pulita a nuovo; alle chiese di S. Andrea lungo il Corso, della Madonna dell'Olmo, di S. Maria di Piazza, degli Zoccolanti, ormai quasi ultimate; penso al Palazzo Municipale e al Reliquiario di S. Secondo... Ma... ritorniamo a noi e cioè al capolavoro che è in mostra, fin da quando fu inaugurato, nel "Museo dei Bronzi dorati e della città di Pergola": lo Stendardo processionale della chiesa di S. Vitale, restaurato per conto della Soprintendenza di Urbino ed esposto al Museo per gentile concessione della Curia Diocesana. Si tratta di uno degli eventi artistici più rilevanti della nostra città.
Vorrei poter contagiare con il mio entusiasmo tutti i miei concittadini, visto che non è giusto ridurre a soddisfazione personale ed egoistica ciò che dev'essere motivo di gioia per tutti. Per me è la realizzazione di un desiderio che mi portavo dentro fin dall'infanzia. Lo voglio raccontare.

* Sono nato nella casa incorporata alla chiesa di S. Vitale, tra via Giannini e via, oggi, Angel dal Fuoco. Lì sono stato battezzato, quando mio zio prete, Don Licurgo Ricci, rettore di quella chiesa, celebrava nel 1926 il 25° del suo Sacerdozio. La chiesa, i quadri, le statue, gli arredi, la sagrestia, li ho "esplorati" palmo a palmo, come fa un ragazzino che cerca e fruga nei cassetti di casa, scoprendo un sacco di segreti e di curiosità. C'è dovunque, in quell'età, il fascino della scoperta: figuriamoci poi in una chiesa!
Mi piaceva assai la statua di S. Vitale con i due figli accanto e la botticina in basso, tra i piedi: sentivo che era antica con un non so che di nobile e misterioso.
Mi piacevano anche i quadri e ora so che tre di essi sono davvero di buona mano: sono del pergolese Antonio Concioli. Allora tutte le chiese potevano restare aperte; non c'erano ladri che ardissero spogliarle dei loro arredi.
C'era solo, talvolta, qualche visita furtiva alle cassette delle offerte, che io controllavo da una finestrella posta sopra il cornicione.
Però una mia curiosità era sempre rimasta insoddisfatta: che cosa c'era dentro quell'enorme cassone di legno imbiancato, che si ergeva dal pavimento alla volta del corridoio d'ingresso laterale? Gli sportelloni erano inaccessibili: a metà del cassone, per tutta la lunghezza della sua facciata, una fascia di legno fissava gli sportelli superiori e inferiori.
Ma correvano "voci". Si diceva che lì, dipinto da un grande autore, c'era uno stendardo, che ormai, molto rovinato, non poteva esser tirato fuori e usato nelle processioni. Era però di gran pregio, tanto che durante la prima guerra mondiale era stato, per sicurezza, nascosto nei sotterranei del Teatro Comunale...
Gli anni corsero veloci. Mio zio morì nel 1934; la mia famiglia, pochi anni dopo, si trasferì in altra casa; io entrai in Seminario a Cagli e, poi, a Fano.
La chiesa di S. Vitale restava ancora aperta, ma sempre meno ufficiata. Negli anni della seconda guerra mondiale, durante la quale ci furono anche a Pergola bombardamenti aerei, nessuno si ricordava più dello stendardo. E per fortuna! Dal Teatro Comunale, infatti, scomparve anche il telone del palcoscenico, che pure presentava un originale scorcio del Corso di Pergola primo Novecento.
Nel 1949 celebrai a S. Vitale una delle prime mie Messe, in ricordo dello zio; la celebrai sull'altare laterale di sinistra, quello del SS.mo Crocifisso.
Era, in realtà, anche questa un'altra immagine inesplorata, perché, quando si riusciva ad alzare il telo sali-scendi che la copriva, ben poco si vedeva, dietro il vetro, della fine statua lignea settecentesca, immersa nel buio...Solo di recente ho potuto commuovermi di fronte alla sua efficacia espressiva e... carezzarne il volto.
Il deperimento di tutto lo stabile - lo si vedeva - era grande: umidità, infiltrazioni d'acqua piovana, polveri, tarli e topi. Per di più un rozzo intervento protettivo aveva fatto scomparire, riducendolo a un foro rotondo, lo snello lanternino settecentesco, sagomato, che dava luce alla graziosa cupoletta ottagonale che sovrasta il presbiterio. Lo conoscevo bene: d'estate andavo sul tetto di casa e mi sedevo a leggere sul piccolo campanile a vela della chiesa. Era la mia villeggiatura.
Quando, trascorsi a Cagli i miei primi venti anni di Sacerdozio, ritornai a Pergola, la chiesa di S. Vitale era ormai chiusa.
Ma il desiderio infantile covava ancora...
Così, a poco a poco, ho potuto rimettere piede anche a S. Vitale e rivedere il famoso cassone. Uno sportello inferiore era ora semiapribile... Ma avevo paura dei topi, che avevo veduto, anche ben grossi... Ahimé! avevano rosicchiato e mangiato anche lo stendardo? Un giorno, zitti zitti, con le appassionate dell'arte pergolese professoresse Tina Torcellini e Marisa Baldelli, siamo andati con pile a esplorare il cassone da quel pertugio. C'era, attorno alla tela, un drappo di seta verde pisello, molto sbrindellato. Tutto qui? E la tela? Se ne vedeva poco; molte figure, che davano l'idea di una folla agitata. Ricordando d'aver letto che a S. Vitale c'era anche la Confraternita del SS.mo Sacramento, ho pensato alla discesa della manna nel deserto, simbolo dell'Eucaristia. Ma si notavano soprattutto strappi e toppe.
Finalmente, più tardi, con il consenso della Dottoressa Benedetta Montevecchi della Soprintendenza di Urbino, con l'aiuto degli operai del Comune guidati dal Sig. Sandro Crinelli, si è potuto rimuovere il fascione di legno e si sono potuti spalancare tutti gli sportelli. Alla fine lo stendardo vero e proprio è comparso nel suo intero. Sì, raffigurava la discesa della manna: un quadro nel suo insieme complesso e piacevole. Ma quando gli operai sono riusciti a tirarlo fuori, con le sue due aste originali e infilato nel lato superiore su di un'asta trasversale ornata all'estremità di due belle borchie dorate, è venuta alla luce l'altra faccia dello stendardo e, nonostante gli strappi e la polvere, ci siamo resi conto che si trattava davvero di un'opera straordinaria e originale. Ma come restaurare una tela unica, non doppia, dipinta su ambedue le facciate, piena di squarci e allentamenti del tessuto, con numerosi rattoppi ridipinti?
L'impresa sembrava impossibile.
Ma... ecco la "risurrezione". L'impegno entusiasta della Dott.ssa Montevecchi e la grande e paziente esperienza di un restauratore dalla tecnica raffinata e di mano sicura, hanno riportato il dipinto, su ambedue i lati, al suo splendore: lo diresti "nuovo".
Sabato 3 marzo 2001, alle ore 16.30, in una sala del Museo, davanti a un pubblico Il restauratore Isidoro Bacchioccapurtroppo ristretto, la Dott.ssa Montevecchi e il restauratore Isidoro Bacchiocca hanno illustrato, anche con proiezione di un documentario, il valore dell'opera; l'attribuzione può essere data per la facciata principale (il "recto") alla mano di Claudio Ridolfi e per l'altra (il "verso") a qualche suo bravo allievo (la Dott.ssa Montevecchi avanza il nome di Girolamo Cialdini). Il restauratore ha spiegato nei particolari la difficile tecnica seguita, che gli è costata mesi di appassionato lavoro.
Pergola ha un altro capolavoro all'attivo del suo ricco patrimonio... Anch'io, passati i settant'anni, ho finalmente appagato un desiderio antico quasi quanto la mia vita.

I due lati dello stendardo di San Vitale (recto e verso) prima delle operazioni di restauro


I due lati dello stendardo di San Vitale (recto e verso) dopo le operazioni di restauro

Lino Ricci

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