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* L'evento pasquale coinvolge ogni realtà della
fede cristiana: alla sua luce occorre
intendere tutto ciò che si crede
e che si ama.
Maria fa parte essenziale di questo
patrimonio, che la fede ci offre per
arricchire, consolare, abbellire e spiegare
la nostra vita. Maria perciò
brilla di luce tutta particolare ai
riflessi di quella luce, con cui il
mistero pasquale investe tutta la fede
e la vita cristiana.
Intendere il "mese di maggio",
che ormai da qualche secolo i nostri
fedeli dedicano a onorare Maria, soltanto
in chiave devozionistica o sentimentale,
alla quale un certo clima romantico
ha portato di sicuro un suo contributo
- il mese della primavera, il mese dei
fiori, il mese delle rose... - mi sembra
del tutto riduttivo, insufficiente.
Credo che alla radice del fenomeno occorra
invece vedere una spiegazione teologica,
che è appunto quella di rilevare
il ruolo specifico che la Madre di Cristo
ha nel mistero centrale della fede cristiana.
Se Maria è la Vergine Madre,
se la Madre è il primo tra i
personaggi che il Vangelo ci mostra
ai piedi della croce - l'Addolorata
-, se la Teologia afferma la stretta
unione che nella redenzione degli uomini
c'è tra il "nuovo Adamo"
e la "nuova Eva", non è
difficile, anzi è logico ed evidente
intuire che anche nella gloria e nella
gioia pasquale compete a Maria un posto
del tutto suo. Il titolo di "Regina"
va legato soprattutto a questo ruolo
singolare: Maria è la Madre del
Risorto.
E la conferma ci viene, esplicita, da
una affermazione di fede, ormai entrata
di diritto nel "deposito"
delle verità da credere: Maria
è risorta anche lei; Maria è
già partecipe della "risurrezione
dalla carne"; Maria entra nella
Pasqua in maniera totale, definitiva,
come nessun altro, dopo Cristo, vi è
entrato: Maria è "assunta"
in cielo in anima e corpo.
Il mese di maggio, liturgicamente, fa
sempre parte del Tempo Pasquale. Che
in questo Mese Maria goda di una "memoria"
speciale è legittimo e bello,
visto l'affetto che per lei nutrono
da sempre i cristiani.
L'attenzione di chi è responsabile
della pastorale dovrà perciò
sottolineare soprattutto questo aspetto
"pasquale" della devozione
a Maria, perché le darà
il più solido e fruttuoso contenuto:
Maria ci guida a vivere il mistero di
Cristo Morto e Risorto.
* Se ne fa interprete,
in modo sobrio ed elegante, un'antifona
mariana propria del Tempo Pasquale:
l'antifona "Regina caeli".
Regina dei cieli,
rallegrati, alleluia:
Cristo, che hai portato nel grembo,
alleluia,
è risorto, come aveva
promesso, alleluia.
Prega il Signore per noi, alleluia.
La preghiera ufficiale
della Chiesa se ne serve nelle sue liturgie;
la devozione popolare lo recita, nel
Tempo Pasquale, al posto dell' "Angelus
Domini", che, come noto, il
suono della campana ci invita a rivolgere
a Maria al mattino, a mezzogiorno e
al tramonto.
"Te, quando sorte
e quando cade il die,
e quando il sole a mezzo corso il parte,
saluta il bronzo, che le turbe pie
invita ad onorarte"
dice una strofa dell'Inno "Il Nome di Maria"; uno dei
cinque Inni Sacri che il Manzoni compose
nell'entusiasmo del suo ritorno alla
fede.
Il Manzoni ha tradotto
in versi - non molto belli, però
- anche il "Regina caeli"
nell'Inno "La Resurrezione":
"Godi, Donna alma del cielo
godi; il Dio cui fosti nido
a vestirsi il nostro velo,
è risorto, come il disse;
per noi prega; Egli prescrisse
che sia legge il tuo pregar".
* E' interessante, a questo proposito, fare riferimento
anche a Dante Alighieri, il poeta dotato
di una sicura formazione teologica.
Dante dà a Maria, nella "Divina
Commedia" il posto che le compete:
è Maria che, con la sua intercessione,
ottiene da Dio la salvezza per lui,
che si è perso nella selva del
peccato; ed è ancora Maria che
muove tutto il meccanismo soprannaturale
che lo guida nel viaggio di redenzione
e di formazione attraverso i regni dell'aldilà,
fino al pieno incontro con Dio nella
luce abbacinante della verità
e dell'amore.
Dante è un devoto di Maria:
"Il nome del bel
fior ch'io sempre invoco
e mane e sera" dice.
Nel XXIII canto del "Paradiso",
quando ha già percorso gran parte
di quel cammino cosmico che, di cielo
in cielo, lo ha avvicinato sempre di
più all'empireo,nel quale Dio
"è" in se stesso e
muove l'universo, come "l'Amor
che muove il sole e l'altre stelle",
Dante gode la visione di una liturgia
celeste, guidato dalla luce degli occhi
di Beatrice.
"Pareami che il suo viso ardesse tutto
e li occhi avea di letizia sì
pieni
che passar men convien sanza costrutto"
(cioè che mi conviene tacere).
Dante vede che tutte le anime dei beati
sono come luci accese tutte da un unico
sole, Cristo.
"Vidi sopra migliaia di lucerne
un Sol che tutte quante l'accendea".
Per invito di Beatrice, tra queste luci,
Dante fissa gli occhi in Maria:
"Quivi è la rosa in che
il Verbo divino
carne si fece..."
e mentre l'angelo Gabriele
l'onora, formandole attorno, cantando,
una corona di luce,
"... tutti li
altri lumi
facean sonare il nome di Maria"
e si volgevano a lei quasi accendendo
una fiamma d'amore che saliva verso
di lei".
Ed è in questo
momento di estasi che Dante li sente
cantare il "Regina caeli":
Indi rimaser lì
nel mio cospetto
"Regina caeli" cantando sì
dolce,
che mai da me non si partì `l
diletto".
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