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Emir Kustarica torna nelle sale europee con un film, in realtà un documentario, che racconta la storia di una piccola rock-band, i No-Smoking. Super 8 Stories è stato girato, quasi interamente, utilizzando cineprese amatoriali per raccontare le vicende di ognuno dei componenti del gruppo.
La tecnica è quella di alternare alle varie interviste degli spezzoni di filmini familiari e immagini della televisione Jugoslava.
Fondata quasi venti anni fa e composta da ben undici elementi, i No-Smoking iniziano la loro storia artistica come accompagnatori di matrimoni, funerali e partecipando a qualche concertino jazz nella Capitale slava prima della morte del Maresciallo Tito.
Il film arriva poi ai giorni nostri con la partecipazione, nella band, del figlio ventitreenne del regista balcanico, rappresentante della recente storia della Jugoslavia. Si, perché Super 8 Stories è soprattutto un documentario sulle vicende degli ultimi vent'anni della ex-Jugoslavia, unita ma senza libertà per più di trent'anni e dilaniata e uccisa nelle guerre che da circa dieci anni stanno accompagnando anche la vita dei componenti della band.
Un film divertente, ma come i precedenti Underground, gatto nero, gatto bianco e il tempo dei gitani, Kustorica ha messo in super 8 stories tanta autobiografia, rabbia e buona poesia balcanica.

Il regista austriaco, Michael Haneke, ha presentato all'ultimo festival del cinema di Cannes la sua più recente opera cinematografica: Storie (il titolo originale sarebbe "code inconnu" cioè codice ignoto, impossibilità alla comunicazione umana).
Il film inizia con un piano sequenza di ben 10 minuti, dove il regista austriaco introduce gli spettatori nella sue "storie".
Alcune vite normali, colte nella quotidianità: un'attrice, Anna (Juliette Binoche), che non riesce più a separare le tantissime vite provate nel suo lavoro con le sue realtà, un fotografo di guerra confuso nelle immagini impresse nella sue pellicole, un educatore di colore di sordomuti e una mendicante rumena persa per le vie della capitale francese. Sì, Parigi è la scenografia di questo film.
Il regista sceglie una capitale multietnica per rappresentare anche la confusione, l'aggressione quotidiana, le umiliazioni e le solitudini di ognuno dei personaggi. Una comunicazione difficile, a volte impossibile, fatta di parole incomprensibili e di gesti improvvisati. Anche lo stile del regista utilizzato nelle riprese - inquadrature concentrate sugli oggetti e sui gesti di vita quotidiana - e nel montaggio - scene lunghissime e dialoghi letteralmente troncati - a volte risulta incomprensibile. Ma forse è proprio questo lo scopo di Haneke: "comunicare la piena incomunicabilità" in una società sempre più materialista. Per questo le scene più rappresentative del film sono la prima e l'ultima, dove un bambino sordomuto tenta di far capire ai suoi compagni cosa sta mimando. Sicuramente un film non facile.

Esce finalmente anche in Italia il film del promettente regista newyorchese Hal Hartley: La follia di Henry. Premiato al festival di Cannes per la miglior sceneggiatura nel 1998, il film narra la storia di Henry, un eccentrico intellettuale, che un giorno piomba nella vita squallida di un netturbino, motivandolo e trasformandolo in un vero e proprio scrittore cult. L'amicizia, nata improvvisamente, e solida grazie alla comune passione, si sfalderà, come tante altre amicizie, un po' per colpa di strane gelosie e un po' per colpa di innocenti incomprensioni.
Un film semplice, sconosciuto ma scritto e diretto con grande originalità.

Buona Visione e arrivederci.

R. M.      

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