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Il carcerato è nostro fratello
Oltre il carcere per incontrare l'altro

 

E' noto che la costituzione vuole che la pena che un detenuto deve scontare per reati da lui commessi non miri alla distruzione della persona, ma alla sua rieducazione. Attualmente la detenzione carceraria in Italia, a detta di molti, non ha i requisiti necessari perché si possa raggiungere lo scopo sociale, umanitario, cristiano del ricupero di chi, commettendo un grave crimine, è incorso in severissime sanzioni del Codice Penale.
Nessuno può mettere in dubbio la necessità della pena che un criminale deve scontare.
Ma non si può e non si deve dimenticare che, anche se colpevole, resta sempre l'uomo, un nostro fratello, figlio di Dio e si deve concedere a lui la possibilità del pentimento, del ricupero.
Vincenzo Andraous, scippatore, poi rapinatore, infine omicida, ha scritto un libro che ha per titolo "Oltre il carcere, per ricuperare l'altro e liberare la libertà". Il pensiero, la tesi dell'autore parte dal presupposto che il carcere in Italia si preoccupi esclusivamente di tenere segregato dalla società il detenuto, di impedirgli qualsiasi contatto umano, tenerlo isolato per impedirgli di nuocere e non si preoccupa di creare strutture e di offrire possibilità di un reinserimento nella società, offrendogli la possibilità di incontrare persone, di dialogare, fare qualche cosa perché possa riacquistare la sua dignità di uomo, fargli capire che non è tutto finito per lui, che può di nuovo inserirsi con profitto e dignità nella società.
La vita di Andraous è la dimostrazione che non si tratta di un fatto utopico, irrealizzabile. Entrò in carcere nel 1976, poi ci fu un lento e faticoso ricupero, favorito dall'incontro con Mons. Giuseppe Baschiarrozze, cappellano del carcere di Voghera. Infine l'approdo nella Comunità "Casa del Giovane" di Pavia, fondata da Don Enzo Boschetti e diretta oggi da Don Franco Tassone.
A questo punto ci poniamo la domanda: "Come si vive oggi in carcere?".
A leggere il libro di Andraous si ha la sensazione che chi vive oggi in un penitenziario sia condannato ad una doppia "invisibilità".
"Da una parte - scrive Andraous - il carcere è circondato da una sorta di terra di nessuno, una specie di cortina fatta di barriere materiali e psicologiche. Nessuno vuole guardare oltre quella cortina. I pochi che hanno il coraggio di farlo si perdono, perché non è una realtà trasparente, ma un mondo sommerso che l'immaginario collettivo rimuove e vi rinchiude dentro tutto il materiale immaginabile".
C'è poi una seconda invisibilità: "Il carcere - afferma Andraous - non lo si può descrivere se non lo si tocca con mano". Perché è uno spazio che in realtà non è uno spazio (non c'è un sopra, non c'è un sotto), manca la dimensione del tempo (niente principio o fine; non c'è né il prima, né il dopo). Senza spazio, senza tempo, dunque senza alcuna possibilità di assunzione di responsabilità, quindi senza la possibilità di essere utili in qualche modo; senza possibilità di redimersi facendo qualche cosa di bene, dunque senza speranza di iniziare un percorso di recupero; a questo punto non resta altro che la disperazione e il desiderio di farla finita.
Andraous non cerca giustificazioni, non si nasconde, sa che senza espiazione non c'è perdono e neanche chiede sconti sul debito da pagare per il male fatto.
Ma è consapevole che, se non si restituisce al detenuto la sua dignità, non si spezzano quei meccanismi perversi che portano a delinquere. E pone un interrogativo che non può essere eluso: alla fine della pena, quali persone usciranno dal carcere?

Don Luigi Bau

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