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Grande rilievo hanno dato i giornali,
nei giorni scorsi, al cosiddetto "naufragio
fantasma", quello della nave di
clandestini colata a picco la vigilia
di Natale del 1996 nel canale di Sicilia.
Il mare inghiottì 283 passeggeri,
in gran parte vecchi, donne e bambini
di nazionalità diverse: indiani,
pakistani, cingalesi Tamil. Il racconto
dei pochi scampati non fu creduto perché
le ricerche, nei giorni successivi,
non dettero alcun esito.
Le nostre motovedette non trovarono
un pezzo di legno, un corpo, una scialuppa.
Niente.
Fu qualche mese dopo che i pescatori
di Mazara del Vallo, gettando le reti
in quel punto, ripescarono qualche resto
che si affrettarono a ributtare in mare.
Tornati a terra, non denunciarono nemmeno
la scoperta per non dover sottostare
alla lunga trafila degli interrogatori,
che sarebbe stata inevitabile. Un loro
collega, in una circostanza analoga,
aveva fatto la sua brava denuncia ricavandone,
in cambio, il temporaneo sequestro del
peschereccio "necessario alle indagini"
e un fermo dell'attività di un
paio di settimane. Di fronte a questa
prospettiva, i pescatori mazaresi si
sono detti: "ma chi ce lo fa fare?
Bene che vada, non lavoreremo per un
mese". Dunque, tutti zitti.
Ma una tragedia così non poteva
svanire nel nulla. E infatti, sia pure
a distanza di quasi cinque anni, se
ne sono conosciuti i particolari ai
quali, nel 1996, nessuno aveva voluto
credere.
Perché ne parlo? Per l'atteggiamento
assunto dai pescatori mazaresi che,
nel timore di cacciarsi nei guai, hanno
tenuto le bocche cucite. E' lo stesso
comportamento di tanti cittadini che,
quando sono testimoni di un fatto, preferiscono
lavarsene le mani. Dimostrano scarso
senso civico, è vero, però
non corrono il rischio di restare intrappolati
per anni in deposizioni, verbali, interrogatori,
processi. Senza contare le giornate
di lavoro perdute, le spese sostenute
e via elencando. Quante volte è
capitato che un testimone sia stato
trattato alla stessa stregua di un colpevole?
Meglio, quindi, girare la testa da un'altra
parte e far finta di niente.
Non è così che il sistema
dovrebbe funzionare. Da una parte, al
cittadino spetta dire quello che sa,
denunciare il fatto al quale ha assistito,
contribuire all'accertamento della verità;
dall'altra, polizia, carabinieri, magistrati,
funzionari pubblici, debbono facilitargli
il compito evitando inutili lungaggini
e complicazioni d'ogni genere che finiscono
col farlo pentire di aver compiuto il
suo dovere.
Delle tante riforme che aspettiamo,
questa è semplice e non costa
una lira.
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